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Ciao Maurizio,
Volevamo ringraziarti per la bellissima traversata.
Il paesaggio bello e incontaminato, con coreografia
di Stelle Alpine e Marmotte ci ha entusiasmato.
Tu come guida ti sei dimostrato molto preparato e attento.
Ti ringraziamo anche per le lezioni di Botanica e Metereologia.
Ti salutiamo con la speranza di poter ripetere un'altra
traversata altrettanto bella.
CIAO , FRANCA e LIA
Grazie per le foto e per la
bella giornata nonostante il freddo. Incredibile ma vero lunedì non mi
facevano male neanche le gambe! Mi piacerebbe l’escursione sui
Sibillini ma credo di aver lasciato il programma che ci hai dato in
macchina (la mia), oggi lo recupero e poi ti faccio sapere. Ciao
Luisa
Ti ringraziamo molto per le belle foto che ci hai mandato.
Appena
possibile ti mandiamo le nostre. Comunque ci
siamo
divertite tanto quindi...alla prossima!!!
Ciao
a presto Chiara e Daniela
Ciao
Maurizio,
Giulio
e io ti siamo riconoscenti per l'organizzazione perfetta, per la tua
competenza e per il tuo garbo. Grazie di tutto ... e arrivederci
Irene
Grazie per le
bellissime foto!
A presto
Maria Nella
Caro Maurizio,
Grazie per la tua premura. Sto iniziando a guardare i libri sui Sibillini
che ho preso. Mi piacciono molto. Sono contenta della esperienza e spero
di tornare presto a camminare in quelle zone (davvero camminare!) e
camminare anche con te in uno dei tuoi gruppi. Chissà ...
Ti abbraccio,
Claudia
Belle, bella regione, bella gita, bel
clima (non tanto quello meteorologico).
Grazie a tutti voi della
compagnia e ....Felicità!
Stefania
buongiorno Maurizio
...viste le foto tue, e presto ti manderò anche le mie, meglio forse se
ci riesco vengo a fare un giro e ti porto il dwd, ovviamente segnalando le
migliori secondo me...grazie ancora della tua compagnia e a presto, mi farò
vivo.
Mauro e Teresa
Ciao Maurizio,
sei stato più veloce e preciso di un altoatesino!!! grazie davvero per
tutto
saluti e buon lavoro Elda
Grazie Maurizio!
Ho già sfruttato gli indirizzi per mandare un po' di
foto... Il trekking è stato proprio bello, ho già cominciato a fare pubblicità
alla Boscaglia!
La tua bimba come sta? La mia caviglia è quasi
guarita...;-)
un abbraccio,
Giulia
ciao a tutti, ho un ricordo bellissimo del tempo
passato insieme e del
cammino fatto sempre di più penso che il modo migliore per conoscere un
luogo sia percorrerlo a piedi in buona compagnia.
un abbraccio
Gabriella
Lassù
nella valle solitaria
Da Macra a Preit lungo il Sentiero Occitano
(2007)
Le
persone non fanno i viaggi,
sono
i viaggi che fanno le persone
John Steinbeck
“Non
ora, non è ancora tempo: sono troppo lontano per pensarci!”. A metà
agosto il viaggio in Val Maira era questo per me. Da qualche giorno ero
tornato dalla Corsica ed avevo ancora negli occhi le foreste, i fiumi e le
montagne attraversate seguendo
la Grande
Randonnèe.
Non era facile staccarsi da quei ricordi, da quella realtà così
piacevolmente ingombrante. Ed era ancora così vivo il ricordo dei
compagni d’avventura, le loro facce, le espressioni, le inflessioni
dialettali, il loro modo di ridere, di camminare: a fatica riuscivo a
pensare al fatto di dover rimettere tutto nello zaino e ripartire,
ricominciare. Durante un viaggio non ci si affeziona solo ai luoghi, ma
anche e soprattutto alle persone che s’incontrano e che diventano una
famiglia: il dipinto a cui i paesaggi fanno da cornice. Non era facile
leggere i messaggi di Giovanna o correggere il racconto di viaggio scritto
fino al giorno prima e pensare che, da qui a breve, mi sarei ritrovato in
quella folla di sconosciuti che avvolge tutti gli addii.
Un
paio di giorni prima della partenza mi sorprende una telefonata mentre mi
concedo il lusso di un riposino pomeridiano: “pronto,
ciao, mi conosci?”. Ancora mezzo addormentato mi pare di riconoscere
la voce di mia cugina di Roma, rinomata in famiglia per il fatto di
scegliere sempre gli orari più inopportuni per telefonare. “Ecco,
figuriamoci se uno può farsi un pisolino in santa pace – penso tra
me e me - dovevo staccare il
telefono!”. “Oh,
allora mi conosci? – insiste la voce dall’altra parte - . Io esco
dal torpore: “sì, sì certo che
ti conosco!” – ed intanto penso di sbattere giù il telefono. “Ah
sì, ma sei sicuro – replica – e
chi sono?”. A questo punto mi sorge un vago sospetto: “vuoi vedere che non è mia cugina?”. Dopo un paio di battute
l’equivoco si risolve e la voce si qualifica con il nome di Cinzia,
futura compagna di viaggio. “Ma
che stavi dormendo – dice Cinzia – e
dai dillo, che male c’è!”. Dopo un disperato tentativo di diniego
crollo ammettendo la colpa. Cinzia vuole sapere come raggiungerò
la Val
Maira.
Spiegarle tutta la storia della Corsica è troppo lunga e quindi prendo
semplicemente tempo dicendole: “beh
guarda, non lo so ancora: sto aspettando di sapere qualcosa da Teresa
(altra iscritta al trekking)”.
Il
giorno successivo Teresa mi comunica che non potrà venire con noi e
quindi decido di contattare Diego, di Mantova, che sicuramente parteciperà
al viaggio. Questi mi dice che raggiungerà in auto il luogo di ritrovo
insieme ad un suo amico e che volendo potrebbe passare da Piacenza per
tirare su anche me e Cinzia. È la soluzione migliore. In breve ci
mettiamo d’accordo tutti e quattro e ci diamo appuntamento per il giorno
dopo.
In
un pomeriggio caldo d’agosto mi trovo quindi a Piacenza in attesa di
incontrare i miei nuovi amici. Sul piazzale antistante alla stazione
all’improvviso una voce squillante e con inflessione dialettale
vagamente romana mi coglie alle spalle: “tu
devi essere Luigi!”. Mi volto e vedo una ragazza paffutella in
bermuda, con uno zaino in spalla, i capelli corti ed una faccia
sorridente. “Già, e tu devi
essere Cinzia!” le rispondo. Dopo qualche minuto arrivano anche
Stefano e Diego ed appaiono subito due persone molto cordiali. In circa
tre ore attraversiamo la pianura Padana da est verso ovest fino alle porte
di Cuneo, poi verso Dronero ed infine raggiungiamo Macra. Il cielo è
parzialmente nuvoloso ed il pensiero corre subito all’ipotesi che
partire il giorno dopo con la pioggia sarebbe proprio un bel guaio.
Parcheggiamo l’auto nell’unica piazza del paese e subito vediamo un
capannello di persone sotto un porticato. Appena scesi ci vengono incontro
un ragazzo in tenuta sportiva, alto, dall’aspetto un po’ burbero e
guascone ed un signora molto gioviale: sono Maurizio, la nostra guida, e
Bruna, la locandiera del nostro primo posto tappa, che per l’occasione
indossa una maglietta regalatale dalla Boscaglia. Ci salutano e ci
presentano gli altri compagni di viaggio, dei quali un attimo dopo abbiamo
già dimenticato i nomi. Chiedo a Stefano e Diego: “Ehi,
ragazzi, vi andrebbe una birra? Dai
vediamo se ci riesce di trovarne una!”. I due sono d’accordo.
Allora chiamo un ragazzino che gioca lì in piazza e gli chiedo: “scusa,
dov’è un bar?”. Questi mi guarda e sorride come credendo che gli
stessi facendo uno scherzo. Io insisto: “il
bar, dov’è?”. A questo punto il ragazzino risponde: “il bar?
Ma qua non c’è! Bisogna andare nell’altro paese, giù verso Dronero”.
Io guardo Stefano e dico: “come
sarebbe a dire? In questo posto non c’è nemmeno un bar? Ma dove siamo
capitati?”. Stefano e Diego se la ridono.
Maurizio
ci mostra i nostri alloggi e nel frattempo arrivano anche gli altri
compagni di viaggio che sono giunti fin qui con i mezzi pubblici.
A
sera ci riuniamo tutti a tavola e cominciamo a conoscerci. Con noi in
questa occasione c’è anche Franchino, alpinista e vecchio amante di
questa valle, amico di Cinzia. La tavola è imbandita di varie pietanze e
non manca di certo il vino. Bruna ci fa sentire un po’ a casa nostra con
il suo atteggiamento molto familiare: si vede che quel che fa lo fa con
passione. Comincia a parlarci di questa Val Maira, della sua storia. Io
ammetto di non averne mai sentito parlare. Bruna cita con orgoglio il
servizio che I Viaggi di Repubblica ha dedicato a questi posti un paio
d’anni fa. Nel frattempo si presenta anche il padre di Bruna, vecchio
partigiano della resistenza e vero protagonista del servizio del
settimanale. Jack, nome di battaglia di Giacomo, ci racconta ora con toni
infervorati, ora con una commozione appena trattenuta, cos’è stata
secondo lui la guerra, cos’è stata la brigata Giustizia e Libertà:
nella sua mente quegli episodi sono ancora dietro l’angolo, vividi,
indelebili. Io sono incredibilmente curioso e continuo a fargli moltissime
domande. Jack mi risponde con piacere, ed anzi sembra quasi che dia sfogo
ad una voglia trattenuta per anni di raccontare e rivivere quell’esperienza.
Spesso accompagna le sue parole anche con gesti e versi gutturali, per
farci vedere ed ascoltare anche le immagini e i rumori della guerra.
Quando prese le armi ed andò in montagna Jack aveva appena sedici anni:
per lui la guerra probabilmente fu soprattutto un’avventura.
Quando
Jack si congeda torniamo a parlare tra di noi. Maurizio ci chiede se
abbiamo partecipato ad altri viaggi con Boscaglia. Io rispondo che sono
stato nell’alto Lazio, a Bomarzo. Anch’egli c’è stato. Io aggiungo
che ci sono stato con un’altra guida e Maurizio dice che da quest’anno
quel giro lo fa lui dato che l’altro s’era rotto “i marroni” di
fare sempre gli stessi trek. Al che gli chiedo: “ma
scusa, come fate, ci sono dei sopralluoghi, o vi passate le informazioni?”.
E lui: “guarda, ho chiesto al
collega Alessandro delle dritte, e lui mi ha suggerito di leggere un
racconto pubblicato sul sito della Boscaglia: sicché l’ho letto, era
fatto proprio bene, bello, dettagliato….!”. Io non lo lascio
finire: “ma guarda che sul sito c’è il mio racconto….!”. Al che
Maurizio quasi urlando: “ma
allora, tu sei Yanez?”. I compagni al tavolo assistono al dialogo e
all’ultima battuta di Maurizio mi guardano come se fossi un personaggio
noto. Per un momento mi sento come quegli scrittori famosi ai quali si
chiede con timore e riverenza l’autografo. Da questo momento in poi
tutto il gruppo mi chiamerà Yanez.
Tra
di noi ci sono persone che vengono da tutta l’Italia: Alessandro è di
Firenze; Valerio di Roma, così come Fabrizio ed Anastasia; Mariangela di
Vigevano. Stella e Silvana abitano non molto distante da questa vallata.
Il viaggio più lungo per arrivare fin qui l’ha fatto Vittorio,
provenendo da Cosenza. Daniele invece è di un paesello sperduto vicino a
Saronno ed è giunto fin qui in moto.
A
tavola ci si dà del “tu”, ma c’è un profluvio di buone maniere
imbarazzate: “scusa, mi passeresti
gentilmente del pane, se non ti disturba?” - dice Valerio - “ma
ci mancherebbe, gradisci quello affettato o un pezzo intero?” –
risponde Alessandro - “perdonate, c’è ancora del vino?” – interrompe Daniele - “oh,
certamente, ne è rimasto ancora un goccio!” – replica Diego - “no
guarda, allora prendilo pure tu, io ne ho avuto già abbastanza!”
– “ma ci mancherebbe, insisto!”. Insomma è un minuetto, a tratti
veramente ridicolo, dettato dalla mancanza di confidenza tra di noi.
Basteranno pochi intensissimi giorni per trasformare il gruppo,
soprattutto nella sua componente maschile, in una banda di goliardi
“impuniti”, dediti ad ogni genere di frizzo e lazzo! Basti un esempio
per tutti: su un pianoro, dopo una sosta, Maurizio dirà: “andate
a chiamare Cinzia che si è addormentata” – “ma
che andate a chiamare – risponde qualcuno - tiratele
una pietra che si sveglia uguale!”.
Dopo
cena, storditi dal viaggio, dall’abbondante vino di Bruna e dalle
conversazioni con Jack e Franchino ci ritiriamo nelle nostre camere.
Il
mattino seguente, dopo colazione, scendiamo in auto fino alla piccola
chiesa parrocchiale di San Salvatore, la più antica della vallata,
costruita interamente in pietra. Dopo una breve visita torniamo da Bruna
per congedarci e cominciare il nostro trekking. Jack è al balcone ed
assiste alla partenza. Mi volto per l’ultima volta e gli dico: “Ehi
Jack, qualche volta vengo a trovarti, così scriviamo insieme un libro
sulla resistenza!”. Jack si illumina d’immenso: “d’accordo,
io sono qui!”.
Siamo
tutti pronti, zaino in spalla, quando Maurizio, dice: “prima
di partire, ci mettiamo tutti in cerchio, ed ognuno di noi dirà il
proprio nome e una caratteristica del proprio carattere all’orecchio del
compagno che si trova alla sua destra. Fatto ciò ognuno di voi presenterà
il compagno che si trova alla propria sinistra”. Ci mettiamo un
po’ a comprendere il meccanismo del gioco, ma alla fine ne viene fuori
una presentazione simpatica e coinvolgente: insomma una delle classiche
trovate che rientrano nel bagaglio tecnico-tattico di ogni buona guida di
Boscaglia.
Salutata
anche Bruna ci incamminiamo lungo il sentiero dei “ciclamini” fino a
che non raggiungiamo la cappella duecentesca di San Pietro: la cosa che più
ci colpisce è l’affresco della danza macabra che copre tutto il
perimetro inferiore delle pareti e che raffigura un girotondo grottesco in
cui si alternano un vivo e un morto, per ricordare l’incertezza
dell’ora della morte e l’uguaglianza degli uomini di fronte ad essa.
Terminate
le visite culturali torniamo sul percorso occitano e cominciamo il vero
trekking. Dopo neanche un’ora di marcia apprendiamo che, in fondo al
gruppo, Anastasia è stata male, ha avuto nausea e giramenti di testa.
Fabrizio, il fidanzato, le sta accanto ed è vistosamente preoccupato.
Maurizio le dà qualche consiglio pratico, ma non può più di tanto: non
è mica un medico di E.R. Il resto del gruppo assiste alla scena poco
distante dai tre. Ad un certo punto Fabrizio ed Anastasia tornano
indietro. Maurizio ci raggiunge e ci comunica che i due scendono da Bruna
e poi in auto raggiungeranno Ruata Valle, il luogo in cui ci fermeremo
questa notte. La marcia ricomincia e prosegue fino ad ora di pranzo
attraverso un paesaggio molto verde, ora tra i boschi ora su dorsi e
crinali di montagna. La sosta avviene presso il borgo di Caudano. Qui ci
accolgono gli abitanti del posto: una vecchina di circa novant’anni e i
suoi due figli. Ci prendono subito per stranieri, tedeschi. Da queste
parti italiani con lo zaino in spalla non se ne vedono mai. Tra di loro
parlano una strana lingua, simile al francese: l’occitano. Con noi si
esprimono in un italiano a tratti approssimativo: ma hanno una gran voglia
di parlare! La prima impressione che ho è che queste persone stiano qui
per i turisti, pagate dalla Pro Loco. Non riesco ad immaginare cosa possa
voler dire vivere in un paese disabitato, abbandonato da tutti i suoi
abitanti. I tre sembrano superstiti di un cataclisma avvenuto in
un’epoca lontana, dimenticata. Ed effettivamente quello che è capitato
a questo paese è un po’ una tragedia. Parlando con uno dei figli della
vecchina apprendiamo che fino agli inizi degli anni sessanta, in questo
luogo, vivevano un migliaio di persone. C’era una scuola, le persone
vivevano di allevamento ed in misura minore di agricoltura. Poi tutto
d’un tratto, con l’avvento del cosiddetto boom economico, gli uomini
hanno cominciato a lasciare la valle per trasferirsi in pianura, attratti
dal lavoro in fabbrica: diverso, meno faticoso e più sicuro. Si
lasciavano alle spalle una realtà fatta di sacrifici e di un’economia
di sussistenza. In città, con il lavoro operaio, si ritagliavano
un’esistenza meno grama ed un futuro fatto di speranze. A mano a mano
che si sistemavano chiamavano a loro mogli e figli e solo gli anziani
restavano in queste valli, legati a queste montagne ed incapaci di
adattarsi ad un contesto che non fosse quello in cui avevano vissuto per
tutta la vita. Con il passare degli anni poi i vecchi morivano e il paese
cominciava a spopolarsi. A Caudano oggi, mentre consumiamo il nostro pasto
frugale, assistiamo all’ultima scena della storia, una storia che in
gran parte è comune a tutta
la Val
Maira.
Nel
pomeriggio raggiungiamo la locanda Codirosso. Qui ci attendono da un po’
Fabrizio ed Anastasia. Quest’ultima ha un volto visibilmente patito.
Maurizio ci invita subito a lasciare gli zaini e ad andare a vedere
Morinesio, un piccolo paesino poco distante da qui, molto caratteristico.
Una parte del gruppo lo segue senza indugiare; altri decidono di
restarsene comodamente seduti sulle panche del giardino. Diego mi dice:
“guarda, per me, quando uno si
toglie lo zaino, basta: il trek è finito!”. Io sposo completamente
la sua profonda filosofia. Con noi restano anche Stefano, Alessandro e
Silvana. Per consolarci della mancata visita al paesino, ci facciamo
portare dalla ragazza bionda che gestisce l’agriturismo un grosso
tagliere di salumi e formaggi. Stefano propone anche un bicchiere di vino
rosso e nessuno gli si oppone, anzi!
Prima
di cena ci troviamo tutti all’aperto per un breve aperitivo.
L’argomento di conversazione che più ci appassiona è la condizione
sociale dei nostri tempi. Valerio ed io sosteniamo che in fondo, a
differenza che nel passato, è la spesa per la casa che è divenuta
insostenibile. Altri, al contrario, ritingono che, facendo i dovuti
sacrifici, si riesce benissimo ad affrontare la spesa. Tra questi c’è
Fabrizio che si rivela un oratore preciso, incisivo e molto determinato:
la sua espressione più ricorrente è “tra
il rusco e il brusco”, ed in alcuni frangenti ricorda vagamente
Furio, uno dei tre protagonisti di “Bianco, Rosso e Verdone”.
La
cena non è niente male ed il vino di tutto rispetto. Prima di alzarci da
tavola ci facciamo servire un liquorino: io adocchio su una mensola una
bottiglia di “centerbe” e lo consiglio ad Alessandro e Valerio.
Daniele chiede alla bionda: “avete in casa una grappa morbida?”. Noi ridiamo sfacciatamente,
segno evidente di un progressivo allentamento delle remore da scarsa
conoscenza reciproca. Il “centerbe” è una schifezza oscena che sa di
“Idraulico Liquido” ed Alessandro a momenti me lo tira dietro quando
si accorge che su un’altra mensola troneggia una meravigliosa grappa di
Barolo.
Nel
frattempo anche Diego, per niente convinto del “centerbe”, si lascia
sfuggire di mano una bottiglia di miele scambiata forse per whisky! Per un
attimo serpeggia il panico intorno alla tavolata: qualcuno pensa di
fuggire in camera, qualcun altro suggerisce di non dire niente alla
bionda. L’unico è Alessandro a restare imperturbabile con gli occhi
fissi alla grappa sulla mensola.
La
sistemazione per la notte prevede due camerate: una per gli uomini
(fornita di materassi buttati per terra) e l’altra per le donne. Solo
Diego avendo vinto un tremendo sorteggione potrà occupare tutto solo una
stanza singola, con letto matrimoniale!
Mentre
ci prepariamo per la notte io e Valerio avvertiamo improvviso un odore
agghiacciante di sfiato intestinale e manifestiamo il nostro disappunto.
Daniele se ne assume la colpa senza negare: “eh
scusate ragazzi, credevo che non si sentisse!”. “Ammazza
– dice Valerio – ma questo è il
vento della morte! No dico
piuttosto a Daniè, fai un rapido check che non te sia rimasto gnente
nelle mutande! Mi raccomando
stanotte, chiuditi bene nel sacco a pelo, sigillati! Mica
ce voi fa morì!”. Sto quasi per addormentarmi quando arriva ancora
una ventata: per un istante non riesco a respirare, poi scoppio a ridere e
corro a prendere il Ventolin nello zaino. Solo così riesco a superare la
crisi. Questa volta Daniele nega la sua responsabilità, mentre
nell’oscurità si ode una risatina soffocata. L’ultimo rumore che
ricordo prima di cadere nelle braccia di Orfeo è il sibilo di un canotto
che si gonfia: è Stefano che russa!
Al
mattino ci svegliano i raggi del sole che filtrano da una finestra aperta
nel tetto. Valerio ed io ragioniamo dei nostri compagni di viaggio e ci
convinciamo dell’idea che Boscaglia dovrebbe aggiungere, oltre alle orme
intese come grado di difficoltà, anche un altro parametro che designi
l’aspetto “quali – quantitativo” della componente femminile di
ogni gruppo. Per esempio: trekking “Sentiero Occitano due orme – tre
tette”; oppure se butta male: “quattro orme – una tetta”. Così,
tanto per fornire un’ulteriore strumento valutativo. Maurizio, che ha
ascoltato tutto il ragionamento, non pare contrario all’idea.
Dopo
colazione Fabrizio ed Anastasia ci rivelano che anche oggi non saranno dei
nostri. Si fermeranno ancora una notte a Codirosso e forse ci
raggiungeranno domani.
Lasciata
Ruata Valle, il primo luogo che raggiungiamo sono le grotte di Stroppo.
Dopo una breve discesa in una selva intricata, ci troviamo alla base di
una parete rocciosa a metà della quale si presenta una grossa apertura.
Con qualche difficoltà la raggiungiamo ed entriamo in una grotta
piuttosto ampia, detta Balma del Diavolo, che presenta una selva di
stalattiti e stalagmiti. Dopo un primo momento di ambientamento
all’oscurità, ognuno prende a gironzolare qua e là. Prima di uscire
Maurizio ci chiama a raccolta e ci invita ad un nuovo momento di
aggregazione. Questa volta ci prenderemo tutti per mano intorno ad una
stalagmite ed intoneremo un profondo Ohm
tibetano. Sono apparentemente tutti interessati a questo nuovo
“gioco”, ma sia io sia Valerio, forse inconsciamente, riusciamo a
mandarne a monte la buona riuscita: prima io prolungando eccessivamente
l’Ohm, poi Valerio
strascicando romanamente l’ultima lettera del verso: “Ooohmmmeeeee!”. Maurizio fa finta di arrabbiarsi, ma in fondo è
il primo a ritenere una fregnaccia sta pratica.
Scesi
dalle grotte ci dirigiamo verso il fondo valle. Mentre attraversiamo il
bosco Daniele si innamora di un ramo di una pianta di nocciolo e a furia
di strattoni e calci riesce a sradicarlo. Vuole farne un bastone da
passeggio. Noi altri assistiamo alle operazioni e qualcuno gli dice: “ma
sei proprio un vandalo!”. Ma egli replica: “ma
che vandalo, la pianta così si rinforza!”. Maurizio non prende
parte alla diatriba. Finalmente possiamo ripartire: Daniele è soddisfatto
e finalmente ha il suo bastone, un vero e proprio bastone pastorale. In
effetti, più guardiamo il nostro compagno e più ci accorgiamo che il suo
aspetto ha qualcosa di mistico, ieratico. Barba folta lunga e nera,
capelli dello stesso colore e ben oltre le spalle, volto scavato, sguardo
intenso e profondo: Daniele se proprio non vogliamo accostarlo
all’iconografia classica del Messia per non essere blasfemi, sicuramente
può essere accostato ad un predicatore. Da questo momento in poi Daniele
per tutto il gruppo sarà il “Profeta”.
Dopo
un breve bagno in un ruscello arriviamo all’agriturismo di frau Maria
Schneider, presso
la Borgata
S.
Martino. Il luogo è incantevole, circondato da vette che fanno da corona
all’orizzonte. La nostra camerata, situata in una palazzina a due piani,
è fornita di un’ampia terrazza in legno grezzo che si presenta come una
platea di fronte ad una scena di monti. Siamo tutti senza parole.
Per
occupare il pomeriggio, Maurizio propone di fare ancora un’escursione
fino a Paschero. Valerio, il vero atleta della comitiva, è subito pronto.
Il resto del gruppo non intende schiodarsi dalla terrazza. Alla fine anche
la nostra guida non se la sente di fare altra fatica e quindi Valerio se
ne va da solo.
Diego
e Stefano mi propongono di andare a cercare qualcosa da mangiare, e
soprattutto da bere, dalle parti della cucina. Frau Schneider è occupata,
ma ai fornelli, intenta a preparare le cena di questa sera, troviamo una
signora di mezz’età. Diego, molto educatamente, le chiede se possiamo
consumare uno spuntino. La signora dice che senza il placet della padrona
tedesca non si muove foglia. Noi insistiamo ed alla fine riusciamo a
convincerla ad andare a chiedere il permesso. Ritorna dopo un po’ con un
meraviglioso sorriso e ci dice che è riuscita a spuntare, per il nostro
feroce appetito, un po’ di pane e formaggio. Stefano, ardito più che
mai, ottiene anche un litro di Dolcetto d’Alba, il primo di una lunga
serie nel corso del pomeriggio. Dopo un paio d’ore trascorse tra bevute
e conversazioni sempre più alcoliche, decidiamo che è giunto il momento
di tornare dai nostri compagni. Stiamo per pagare il conto ed andarcene
quando Alessandro ed il Profeta ci raggiungono. “Ottima
idea codesta – dice Alessandro - ci
si fa un goccetto tutti insieme!”. “Veramente
– dico io – stavamo andando via,
è tutto il pomeriggio che beviamo!”. “Macchè
via – replica il Profeta – non
se ne parla neanche. Signora un altro litro di rosso!”. Quando il
sole comincia a tramontare abbandono quasi senza salutare la compagnia ed
a fatica imbocco la porta d’uscita del salone. Barcollando e
filosofeggiando con i due spinoni di frau Schneider, riesco a raggiungere
la camerata, mi infilo nel sacco a pelo e mi addormento di sasso!
Ad
ora di cena Valerio ed Alessandro mi svegliano delicatamente: se la ridono
di gusto osservandomi beato e sorridente nel mio rossore da avvinazzato.
Quando mi levo dal letto avverto un profondo torpore, ma sono anche molto
rilassato: mi sento in pace con il mondo e con me stesso. La cena è molto
gustosa ed il piatto forte della casa è il coniglio al Barolo. Prima di
andare a dormire, Diego, amante delle tradizioni e dei balli locali, ci
insegna qualche passo di danza occitana, suscitando l’ammirazione di
tutti.
Al
mattino, dopo un’abbondante colazione all’aperto e nel panorama dei
monti che prendono lentamente luce, ci incamminiamo lungo il percorso che
ci porterà fino ad Elva.
Anche
questa tappa non è molto lunga e ad ora di pranzo giungiamo alla “Frema
Cucunà” (femmina accovacciata), una piattaforma di granito che si
sporge su un precipizio panoramico davvero inquietante. Dopo una breve
pausa raggiungiamo l’abitato di Elva. Il tempo è peggiorato nelle
ultime ore e comincia a far freddo. Maurizio ci conduce alla locanda
occitana presso la quale dormiremo questa notte. Sebbene durante la marcia
abbiamo già fatto una sosta spuntino, qualcuno di noi gradirebbe un
rinforzino. Diego ed altri si avviciniamo alla padrona della locanda e le
chiedono se si può mangiare qualcosa. “Qui
non si fanno spuntini –
risponde – non c’è nulla da
mangiare!”. Noi ci guardiamo interdetti, anche perchè ai tavoli del
ristorante ci sono altri clienti. Diego rilancia: “va
bene, almeno si può avere una birra, magari con delle patatine?”.
La padrona annuisce con un movimento appena accennato del capo. Subito
dopo di noi entra una coppia sulla cinquantina, probabilmente marito e
moglie. Lui rivolgendosi alla padrona chiede gentilmente: “buongiorno,
si può pranzare?”. “La
cucina è chiusa” risponde l’arpia. “Ma
scusi – risponde l’uomo – sono
appena le 13.00! A che ora apre il ristorante?”. “Le
ho detto che siamo chiusi: qui o si prenota prima o non si mangia. Ho già
troppo persone questa sera a cena!”. I due stanno per allontanarsi
quando vengono chiamati da un’altra coppia seduta ad un tavolo. Sono dei
loro conoscenti. A questo punto l’uomo torna alla carica: “senta
signora, non si potrebbe avere magari, che ne so, anche solo del pane con
del salame, così tanto per stare un po’ in compagnia di quei nostri
amici? Sarebbe molto carino!”. “Le
ho detto che stasera ho gente a cena, non ho pane!”. Ed ancora
l’uomo: “senta non vorrei
insistere….”. “Lei sta
diventando veramente insistente”, chiude la padrona, senza
possibilità di dialogo.
I
due sconsolati prima di uscire chiedono: “senta,
per pietà, non sa indicarci dove si può mangiare qualcosa?”.
L’arpia ci pensa un po’ e poi risponde: “ma
in su o in giù!”. I due escono senza neanche salutare.
Nel
primo pomeriggio visitiamo la chiesa di San Pancrazio ornata con i
bellissimi affreschi settecenteschi di Hans Clemer. All’interno di una
navata laterale vi è allestita una mostra fotografica degli alpini nella
seconda guerra mondiale. Ci sono lettere e fotografie di singoli e di
gruppi. I soggetti ritratti sono quasi tutti ragazzi poco più che
ventenni. Leggo alcune delle lettere: parlano della Russia, del gelo,
dell’incontro con il nemico. Ma non sono mai drammatiche: raccontano la
guerra come un gioco, quasi una scampagnata. In quasi ogni lettera si
legge “sto bene in salute”, “non
fa poi così freddo”, “stiamo
discretamente bene”. Certo da un lato la censura non avrebbe
permesso che arrivassero lettere che potessero incrinare la fiducia “nell’ora segnata dal destino”; dall’altra parte credo che
fosse quasi scontato per i soldati al fronte non allarmare i propri
familiari. Ricordo una conversazione che ebbi qualche tempo fa a Lussino
con un croato che aveva fatto la guerra contro i serbi nei primi anni
’90: alla mia domanda su cosa dicesse ai suoi cari quando era al fronte,
questi mi rispondeva: “cosa vuoi
che gli dicessi? Ripetevo che non credessero alle notizie che ascoltavano
in televisione. Dicevo sempre che andava tutto bene e che non c’era
pericolo”. Anche questi alpini ragionavano alla stessa maniera:
avevano lasciato a casa genitori, giovani spose, figli e non intendevano
gettarli nell’angoscia. Prima di uscire avvicino i miei occhi miopi ad
una foto di gruppo e mi soffermo sui volti di ognuno dei soggetti
ritratti: voglio cercare di intuire dai tratti somatici, dallo sguardo,
chi di loro è tornato a casa. Voglio dare, in altre parole, una
spiegazione razionale alla morte: di uno con lo sguardo vispo penso: “questo
doveva essere uno in gamba, sicuramente se l’è cavata”; di un
altro dall’aspetto trasognato: “questo
qua non mi sembra granché sveglio, probabilmente non ce l’ha fatta”.
Per un momento mi chiedo: “ed io,
sarei tornato io?”. Non so rispondermi.
Subito
dopo la visita alla chiesa andiamo al Museo dei Capelli. Ad Elva per
decenni tutti gli abitanti facevano i “pelassiers”, lavoravano i
capelli per farne parrucche. C’era chi li vendeva e chi li comprava.
Quanto più una bimba aveva una chioma lunga e dritta, tanto più c’era
la possibilità per la famiglia di racimolare qualche quattrino. In questo
museo ci sono raccolti attrezzi del mestiere, spazzole, tessitoi, abiti
d’epoca. Nella sala al piano superiore c’è una sala di proiezione. Ci
sediamo ed assistiamo ad un cortometraggio che ci spiega la singolare
storia di questo paese. Dopo qualche minuto dall’inizio della
proiezione, forse per la stanchezza, forse per il freddo, vengo assalito
da un sonno maledetto. Non riesco a tenere gli occhi aperti, barcollo!
Altri sono nelle mie stesse condizioni. Quando si riaccendono le luci mi
risveglio urlando: “bellissimo,
non si può rivedere un’altra volta!”.
Prima
di cena Alessandro, Valerio ed io facciamo un giro alla ricerca di un bar,
una trattoria, uno spaccio, ma non troviamo niente. Qui, a parte il locale
in cui siamo alloggiati, non c’è praticamente niente. Proviamo a
risalire la strada verso Gorio, ma non troviamo traccia di civiltà, a
parte un contadino su di un trattore: “un
bar ? – dice – eh ce n’è da camminare! Ma
a quest’ora è chiuso!”. Su
di un tornante che guarda verso Elva ci fermiamo avvolti nella nebbia che
lentamente ricopre tutta la vallata. Questo tempo ci ha messo addosso
malinconia.
La
cena preparataci dall’arpia non è male. L’unico appunto che le si può
muovere è il tentativo maldestro di spacciare della pasta all’uovo per
della pasta semplice, cercando di turlupinare Stella, la nostra compagna
di viaggio veghiana.
Quando
andiamo a dormire piove insistentemente e fa ormai davvero freddo: sembra
di essere in autunno.
Al
mattino ci svegliamo che piove ancora. Non è piacevole l’idea di
marciare sotto la pioggia. Qualcuno comincia a ventilare l’ipotesi che
si possa prendere lo Sherpa Bus, mezzo di trasporto che collega tutta la
valle, e raggiungere comodamente e all’asciutto la meta di tappa. Dopo
colazione ci copriamo come possiamo e ci incamminiamo, mentre il cielo
decide di graziarci. Lasciando Elva ci accorgiamo che la corona di monti
durante la notte si è imbiancata.
Fabrizio
ed Anastasia avvisano Maurizio che neanche stasera ci raggiungeranno:
qualcuno parla ormai apertamente di pantomima.
Quasi
subito ci imbattiamo in un altro paesino fantasma. Sul balcone di una casa
a due piani c’è una vecchina con un foulard che le ricopre il capo e le
spalle. Chiedendole se pioverà trovo la scusa buona per scambiare due
parole. Ascoltiamo ancora la stessa storia di emigrazione e di
“sopravvissuti”. Alessandro accanto a me è quasi rapito da questa
figura: chissà se le ricorda qualche persona cara?
La
tappa si svolge su un terreno zuppo e tutto intorno a noi una spessa
umidità forma goccioline sul nostro incedere affaticato. A S. Michele
sostiamo presso un bar gestito da due bellissime ragazze e Valerio, alla
loro vista, riflette sull’ipotesi di metter su famiglia da queste parti.
Abbiamo bisogno di riposarci e riscaldarci. Poco prima di entrare
in paese, da un paio di agriturismo sulla strada, ci danno voce alcune
persone: “ehi, scusate, siete
quelli del trekking? Qui c’è
posto! Fermatevi da noi!”. Certo una comitiva così numerosa è
ambita tra questi luoghi sperduti. Qualcuno del gruppo, incuriosito, si
attarda. Maurizio preoccupato quasi urla: “oh,
che l’è, andiamo via, non rispondete. I che vole sta gente! Uhn vi
fermate, bischeri!”. Sembra quasi Euriloco che sconsiglia Ulisse
dall’ascoltare le sirene. A Prazzo facciamo una sosta per acquistare
qualche genere alimentare. Valerio ed io acquistiamo due salami di
cinghiale che il giorno dopo divideremo con il gruppo. Finalmente, dopo
due giorni di assenza, il cellulare ricomincia a trovare il segnale.
Nel
tardo pomeriggio raggiungiamo il posto tappa
la Carlina
di Ussolo.
L’alloggio
maschile si trova in una palazzina sulla strada, a poca distanza dalla
locanda. Una camerata con letti a castello sarà il nostro ricovero per
questa notte. Quando siamo tutti dentro quasi non si respira. Le ragazze
dormiranno in una specie di grotta senza bagno in camera e saranno
costrette ad utilizzare quello del ristorante.
Prima di cena Maurizio convoca un primo briefing per ascoltare le
opinioni maturate fino ad ora sul trekking. C’è chi si dichiara
entusiasta, chi dice di non essere particolarmente contento dei paesaggi,
chi pone in rilievo un certo scollamento tra la componente maschile e
femminile del gruppo. Io al solito faccio un po’ di cabaret e mi becco
all’istante un rimbrotto, giusto, da Cinzia. Poi dichiaro la mia
sorpresa nel constatare che in questi posti tappa non c’è neanche uno
svago, neppure un bar: va bene faticare e scaricare tensione su per i
monti, ma poi a sera, sarebbe anche bello vedere un po’ di movimento,
della gente per strada. Ma di certo questo non lo si può pretendere in
paesi abitati da cinque - dieci persone,
quando va bene. Maurizio, tra il serio e il faceto, dice che questo è lo
spirito di Boscaglia. Io non insisto, anche perché c’è servita la
cena. Maurizio dice a chi ancora deve esprimersi: “cerchiamo
di stringere che si fredda tutto”. Cinzia lo riprende: “eh
che, anche se tardiamo dieci minuti non succede mica niente, aspettiamo un
attimo”. La guida incassa il colpo e risponde occhi bassi: “si effettivamente!”. Io, che sono al suo fianco, gli sussurro: “mi
sa che hai detto una stronzata!”. Maurizio trattiene malamente una
risata.
Quando la riunione finisce e ci leviamo per andare a tavola si
sentono in strada dei suoni di campanacci: ci affacciamo alle finestre e
vediamo transitare per il centro del paese una mandria di vacche di
ritorno dal pascolo.
Il quinto giorno di trekking prevede una lunga tappa di sei ore
fino a Serreto. La situazione meteorologica è decisamente migliorata ed
anche i panorami appaiono più interessanti. Su di un pratone ci fermiamo
per la pausa pranzo. Prima di ripartire Maurizio dice: “adesso
facciamo tutti insieme un gioco!
Nessuno di voi ha dei foulard, delle bandana?”. Io capisco subito,
perché l’ho già visto fare altre volte, che si tratta del gioco del
bendato e dell’accompagnatore e lo dichiaro subito. Maurizio cerca di
farmi tacere, ma io, in maniera irriverente continuo: “ma
dai, cambiate gioco ogni tanto:
queste guide della Boscaglia ne conoscono due, al massimo tre! E
che diavolo”. Tutti sono divertiti. Anche Maurizio ride ed aggiunge:
“ecco, allora vai da quelli di
Panda Trek!”. Il gioco consiste nel portare in giro un compagno
bendato su per il sentiero, guidarlo, proteggerlo e prendersi cura di lui:
in questo modo si cerca di far nascere fiducia e contatto tra le persone.
Poi i ruoli si invertono, ma senza che si sappia chi accompagna chi. Il più
impacciato di tutti è Stefano che si muove a tentoni, come un novantenne
affetto da una qualche sindrome degenerativa celebrale. Alessandro poi,
per completare il quadro già fortemente ridicolo, fa di tutto per portare
il poveretto sopra ad ogni deiezione di vacca! E ad ogni centro esulta
come ad un gol della “Viola”. La strepitosa performance di Stefano gli
varrà, da ora in poi, il soprannome di Alzheimer.
Finito
il gioco è il momento di dichiarare le proprie impressioni. C’è chi
dice di essersi divertito, chi afferma di aver intuito chi fosse il suo
accompagnatore. Mariangela dice di essersi sentita molto protetta, sicura:
afferma che la persona che l’ha guidata ha dimostrato di essere molto
premurosa e delicata. Io mi inserisco al volo ed affermo apoditticamente:
“Che bella persona deve essere costui, veramente un gentleman, un vero
principe”. Tutti mi mandano a quel paese avendo capito che parlo di
me stesso!
Quando arriviamo a Serreto è pomeriggio inoltrato e ricomincia a
piovere. L’accoglienza è calorosa ed il posto tappa è elegante. Anche
questo paese è semideserto.
Durante
la cena ci raggiunge l’assessore al turismo della Comunità Montana.
Questi è un ragazzo poco più che trentenne ed è con noi stasera per
illustrarci un po’ la realtà della valle in cui vive. Si siede a
capotavola e vuoi perché sono dal lato opposto, vuoi perché c’è
musica nel locale, non riesco neanche ad avvertire che timbro di voce ha.
Mentre gli altri cercano di ascoltarlo, Valerio ed io conversiamo tra di
noi, e come al solito ce la ridiamo. Ad un certo momento Maurizio ci
rimprovera: “ma insomma volete
ascoltare? Così resterete sempre della vostra opinione!”. Io
rispondo: “ho capito, ma qui non
si sente una sega!”. Maurizio ride. Alessandro che si trova accanto
a me mi dice all’orecchio: “Madonna
bona che pippone te tu ha preso!”. Io lo mando a quel paese.
Sono senza sigarette e so che il posto più vicino per comprarle si
trova a cinque km. Vedo che fuori dall’ingresso ci sono il padrone del
locale ed un suo conoscente di Genova che fumano allegramente. Esco e
fingendo di non sapere nulla chiedo se in paese c’è un tabaccaio. I due
ridono. Dopo qualche scambio di battuta il conoscente del padrone mi offre
una delle sue. Passata un’oretta riesco a spuntare un intero pacchetto.
Nel frattempo sono usciti anche Valerio, Alessandro ed il Profeta. Si
discute della tappa di domani. Il genovese ci propone di fare un giro più
ampio di quello programmato, in modo tale che si possano vedere i laghi
d’alta quota. Entriamo tutti nuovamente nel locale e proponiamo il
suggerimento a Maurizio. La nostra guida dice che facendo così
allunghiamo troppo la tappa. Noi cerchiamo di insistere, ma non c’è
nulla da fare. Dopo un po’ Maurizio torna da noi e ci dice: “dai
coraggio, visto che avete tante energie, ecco cosa vi propongo: ora si
prende e si va fino a Campo Base. Prendiamo su le torce e si và! Adesso
però, subito. Appena avete deciso mi venite a chiamare: io sono in camera”.
Noi restiamo un po’ spiazzati, ci ha preso alla sprovvista. È
sicuramente una provocazione e sa benissimo che nessuno di noi ne ha la
minima voglia. Neanche lui ci andrebbe lassù, dovessero dargli anche un
milione di euro. Sta bluffando! Chiediamo al genovese quanto c’è per
Campo Base e questi ci risponde che ci vuole circa quarantacinque minuti.
Poi aggiunge: “ma scusate, cosa
cazzo ci andate a fare a quest’ora a Campo Base? Lassù non c’è
nulla!”. Quest’ultima frase ci toglie qualsiasi residua volontà
di fare questa passeggiata notturna. Torniamo sconfitti verso la nostra
camera quando mi sovviene un’idea e la propongo ai miei compagni: “facciamo uno scherzo a Maurizio, fingiamo di voler andare davvero a
Campo Base!”. Nei pressi della porta cominciamo a vociare: “si
dai che sarà mai, in mezz’ora siamo là, vedrai!” – “si
però io vengo così, non sto a rimettermi gli scarponi!” - “ma
sì, in fondo non piove neanche!”. Entrando nella stanza vediamo
Maurizio in pigiama che si alza velocemente dal letto: è sorpreso ed ha
una faccia tremendamente assonnata. Questa fatica ulteriore è proprio una
brutta faccenda per lui! A questo punto, visto che lo scherzo è riuscito,
lo prendiamo in giro sguaiatamente e ridiamo con lui.
Il 23 agosto partiamo alla volta di Chialvetta. Dopo un paio
d’ore di cammino Maurizio ci propone un altro gioco. Siamo tutti in
cerchio con una bacchetta da trekking in mano: appena la guida dice
“cip” occorre velocemente afferrare la bacchetta del compagno alla
propria destra; quando dice “ciop” bisogna prendere quella del
compagno alla propria sinistra. Chi la fa cadere viene eliminato. Io esco
alla prima manche! Dopo una serie di eliminazioni vince Alessandro. Come
premio ottiene da Maurizio l’investitura a guida per un giorno.
Alessandro, con piglio autoritario, comincia subito a dare ordini a gran
voce. Ad uno dice “eh muoviti ciccione!”, minacciandolo con un bastone; ad un altro
“eh che l’è, si batte la
fiacca? Forza sbrigarsi!”. Ad un certo punto si ferma: “bene, da ora i pe mezz’ora, ognuno fa un po’ quel cazzo che gli pare!”.
È un ordine un po’ fuori dal consueto, ma trova subito terreno fertile:
c’è chi si butta per terra, chi ruba cappellini ai compagni e li butta
nei fossi, chi fa capriole! Per mezz’ora il gruppo veramente fa quel che
gli gira per la testa. Quando Maurizio si accorge che in mano ad
Alessandro la situazione potrebbe degenerare rapidamente, gli revoca
d’autorità l’incarico e lo spedisce in fondo alla fila!
Durante la salita, in alcuni casi molto impegnativa, ripeto per
l’ennesima volta la domanda che da alcuni giorni propongo a Maurizio
senza risposta: “perché vieni in
montagna?”. Tale quesito è diventato un po’ il tormentone del
trekking e ricorda vagamente il leit motiv del film “Salvate il soldato
Ryan”, in cui il sergente Tom Hanks, non rivela cosa fa nella vita
civile alla squadra che glielo chiede continuamente. Così come nella
pellicola, anche Maurizio svela il suo segreto nel momento più
drammatico, quando la salita diventa più diffide e il gruppo arranca: “vengo
in montagna perché cerco la vetta che vidi da bambini e che non ho più
ritrovato!”.
Nel
pomeriggio scendiamo all’abitato di Pratorosso, poco distante dal posto
tappa: qui c’è una moltitudine di ragazzi in vacanza che gioca nei
pressi di un oratorio. Mentre siamo fermi al bar
per un caffé cominciamo a palleggiare con un pallone dei ragazzi.
Dopo qualche scambio, Diego maldestramente lo manda sul vassoio delle
tazzine e dello zucchero, provocando un disastro. Ci rimettiamo
velocemente su gli zaini e di corsa ci allontaniamo dal luogo del
misfatto.
In
breve siamo a Chiavetta, altro paesino di poche anime. Prima di cena
visitiamo un museo contadino, gestito direttamente da Rolando,
proprietario della locanda in cui ci fermeremo stasera. Tra i diversi
attrezzi, abiti ed accessori esposti, ancora una volta la mia attenzione
è attratta dalle foto d’epoca: istantanee di un’altra epoca, volti di
persone che furono, bloccate per sempre in uno scatto di vita vissuta.
A
cena con noi ci sono anche Franchino e Bruna, che per l’occasione non ha
preso clienti al suo posto tappa. Rolando ci racconta della sua vita, di
quando era chef in alcuni dei migliori ristoranti d’Italia, e del suo
sogno avverato: quello di tornare al suo paese e mettere su un’attività.
Nelle parole del locandiere si avverte quanto sia difficile la vita tra
queste montagne, quali difficoltà si incontrino, soprattutto in inverno,
per i collegamenti e per gli approvvigionamenti, quanto sia facile restare
isolati per diversi giorni. Rolando ci trasmette la passione e l’amore
che prova per la propria terra e ci fa capire quanta forza ci voglia per
superare tutte queste difficoltà, per andare avanti anche quando la
situazione appare insostenibile.
Dopo
cena torniamo verso i nostri alloggi. Nel cuore della notte,
improvvisamente, comincia a sentirsi una suoneria: da prima brevi suoni
appena percettibili, poi sempre più forti e frequenti. Siamo tutti
convinti che si tratti di un cellulare. Ci si comincia ad accusare a
vicenda. Ad un certo punto Vittorio dice: “ma
è qui che suona, vicino al muro: deve essere un caricatore che sta per
esplodere!”. Ci sono delle scene di panico semi-serio! Valerio
finalmente accende l’interruttore della luce e si svela l’arcano: è
un avvisatore acustico che segnala fughe di gas. Il Profeta comincia a
gridare: “oddio qua moriamo tutti gasati!”. Stefano aggiunge: “ma
davvero c’è una fuga di gas? Sono troppo giovane per morire!”.
Alessandro gli risponde: “sta zitto Alzheimer, non ti ci mettere anche tu!”. Maurizio che
sta dormendo in cucina e ci ha chiuso a chiave per paura di qualche
scherzo, si sveglia alle nostre parole concitate ed in preda ad un rimorso
terribile si avventa sulla maniglia della porta gridando: “vi salvo tutti, non temete!”. L’allarme nel frattempo è
letteralmente impazzito! Valerio nel tentativo di disattivarlo prende
anche una scossa. Per farlo smettere siamo costretti a staccare il
contatore elettrico.
Al
mattino, tornata la calma, non riusciamo a capire come mai sia suonato
l’allarme nonostante la caldaia fosse in cucina e la porta ben chiusa.
Secondo Rolando la causa non è dipesa dal gas dell’impianto di
riscaldamento, ma da gas di diversa natura! A sentire questa spiegazione
Valerio dice: “Ah Profè, ma che
gnente gnente, tra il rusco e il brusco, stanotte hai fatto qualche altro
miracolo!”.
Dopo
colazione ci rimettiamo in marcia e dopo aver riattraversato Pratorosso,
cominciamo l’ascesa al Passo della Gardetta. Il percorso è impegnativo
ed il caldo intenso. Valerio stacca tutti e scompare su verso il fortino
alpino abbandonato che domina la valle. Io lo seguo a poca distanza,
mentre il gruppo è attardato. Ad un certo punto mi volto indietro e vedo
il Profeta che viene su rapidissimo, leggero come una piuma: in pochi
istanti mi raggiunge, mi supera di slancio e si dilegua. Per un momento
credo davvero di assistere ad un evento soprannaturale!
Ad
ora di pranzo siamo tutti al fortino.
Nel
pomeriggio raggiungiamo il rifugio Gardetta, posto a
2.300 metri
d’altezza e Maurizio lancia una nuova sfida: “chi
vuol venire con me a scalare il monte Cassorso?”. Io accetto subito.
Valerio, sebbene soffra di vertigini, non si tira indietro. Alessandro,
dapprima scettico, si lascia convincere. Anche Stefano, Diego e Cinzia
accettano.
Durante
l’avvicinamento alla salita attraversiamo un prato pieno di stelle
alpine e Maurizio, dando prova ancora una volta d’essere un dissacratore
dei luoghi comuni, dice: “avete
visto quante ce ne sono? Non
date retta a quelli che dicono che sono a rischio d’estinzione! Ce
ne sono a milioni!”. La scalata dura un’ora e mezza e in alcuni
punti è sicuramente impegnativa, soprattutto là dove si devono superare
sporgenze e passaggi esposti. L’unico modo per passare è quello di non
guardare i baratri che si aprono verso il fondo valle. Una volta arrivati
in cima ci si presenta uno spettacolo che da solo vale tutta la
“vacanza”: dalla cima del Cassorso, più alta di diverse nuvole
intorno, si domina tutta la valle con una prospettiva simile a quella che
si potrebbe avere da un aereo. Il paesaggio del versante dal quale
proveniamo ha assunto colori diversi, più intensi, con contrasti più
marcati. A ovest si scoprono le prime vette francesi, mentre a nord le
nuvole ci lasciano appena intravedere il Monviso. La nostra soddisfazione
è enorme e tale da fornire una risposta definitiva alla mia domanda sul
perché si venga in montagna.
Dopo
aver firmato il “libro di vetta” ridiscendiamo quasi di corsa per
l’entusiasmo dai nostri compagni mentre marmotte incuriosite ci guardano
dalle soglie delle loro tane.
Ancora
mezz’ora di cammino a raggiungiamo l’azienda agrituristica “
la Meja
”, posta a
2.080 metri
.
È l’ultima sera che trascorriamo insieme e dopo la cena ci
raccontiamo le impressioni che abbiamo raccolto durante questo trekking.
Nelle parole di ognuno di noi si avverte una profonda soddisfazione,
legata anche al fatto che le ultime tappe ci hanno svelato scenari
d’alta montagna davvero suggestivi. Maurizio raccoglie elogi a tutto
campo, soprattutto per il modo in cui ha saputo gestire il gruppo, per la
sua umanità e simpatia e per il fatto di averci insegnato tante cose, sia
naturalistiche sia climatiche: il tutto fatto con discrezione e senso del
limite.
Prima
di andare a dormire il Profeta ci rivela che domani non tornerà a casa
con noi, ma continuerà da solo il viaggio per arrivare fino alla fine del
Percorso Occitano. Tutti noi all’inizio non crediamo alle sue parole, ma
poi, vedendo che Maurizio prende la cartina e gli mostra la strada che
dovrà fare, restiamo esterrefatti ed anche un po’ preoccupati. La guida
gli spiega che dovrà fare una lunghissima tappa, scendere di quota per
1.800 metri
e poi risalire ancora. Insomma ciò che lo attende è una vera e propria
impresa. Per completare lo scenario Maurizio gli dice: “Daniele, stai molto attento anche ai cani da pastore; dei lupi non devi
temere, ma guardati dai maremmani, non invadere mai il loro territorio o
rischi grosso!”. Valerio sentendo queste ultime parole e con la
morte nel cuore prova un disperato tentativo di dissuasione: “ah Profè, ma lassà perde, ma chi te lo fa fa! Torna con noi, te volemo bene!”. Ma il Profeta ha deciso e domani
partirà da solo per la sua missione.
Il mattino dopo si presenta finalmente una giornata di sole senza
nuvole: il cielo è sgombro e la temperatura assai mite. Non sembra
proprio di stare a
2.000 metri
.
È
il momento di salutare Daniele. Prima di lasciarci il Profeta si lascia
fotografare avvolto solo di una pesante coperta marrone e con in pugno il
bastone pastorale! Alcuni di noi si fanno anche immortalare in posizione
orante rivolti verso di lui. Stefano gli bacia perfino l’orlo del
mantello. Quando lo vediamo allontanarsi, solitario, lungo il sentiero
polveroso ci sale dall’animo un gran desiderio di pianto. Prima che
scompaia dietro un dosso gli grido: “Profeta,
sei un grande!”. Daniele si volta per l’ultima volta e, sollevando
verso di noi il bastone, disegna in aria come un saluto.
Riprendiamo il cammino verso il fondo valle. Dopo un’ora, su di
uno spiazzo, Maurizio ferma la marcia e ci comunica che ora avverrà il
primo dei saluti tra di noi. Ci fa mettere tutti in cerchio e ci dice: “ora
ognuno di voi presenterà al gruppo la persona che sta alla propria
sinistra”. È un po’ il tirare le fila della nostra avventura. Uno
dopo l’altro vengono presentati tutti i compagni di viaggio, così come
sono apparsi in questi giorni, con le particolarità che sono emerse, che
si sono manifestate. Terminato il giro prima di riprendere la strada
intervengo io: “fermi tutti: vi
presento Daniele, il nostro Profeta, assente nel corpo, ma presente in
spirito – risata collettiva – una
persona perbene, delicata, buona: ha fatto tanto per noi! A lui vada il
nostro pensiero e il nostro ricordo perenne!”.
Arriviamo
a Preit in tarda mattinata, giusto in tempo per salire sul mitico Sherpa
Bus e in poco più di mezz’ora siamo di nuovo a Macra, da dove siamo
partiti otto giorni fa.
Passiamo
da Bruna per un rapido saluto. C’è anche Jack ad attenderci. I due
vedendoci ripartire sono commossi: in quel moto dell’animo vi leggo come
una richiesta di non dimenticarli, di portare con noi la loro storia, di
raccontare la loro valle in giro per il mondo. Sul piazzale in cui ci
siamo incontrati per la prima volta una vita fa, ora ci salutiamo come
fratelli, non più come sconosciuti.
Come
per l’andata, anche per il ritorno faccio la strada con Cinzia, Stefano
e Diego. All’altezza di Cuneo lasciamo l’autostrada in cerca di
un’enoteca per acquistare del buon vino locale, ma non ne vediamo
neppure una. Tornati in autostrada ci fermiamo per una sosta ad un
Mottagrill ed è qui che finalmente troviamo ciò che cerchiamo: un ottimo
Barolo d’annata.
A
Piacenza mi faccio lasciare alla stazione. I miei compagni continueranno
fino a Parma, dove scenderà Cinzia, poi Stefano e Diego raggiungeranno
Mantova, dove finalmente terminerà anche il loro viaggio.
Dopo
un’ora d’attesa riesco a prendere un treno per Lodi, dove mi attende
la mia auto. Ancora venti minuti di strada e sono a casa.
Alla
prossima.
A tutti coloro che sono arrivati a leggere fino in
fondo questo racconto va il mio personalissimo ringraziamento. Spero di
non avervi tediato troppo.
I fatti raccontati in questo scritto sono realmente
accaduti tra il 17 e il 25 agosto 2007. Non nascondo che qualche episodio
è stato leggermente alterato per renderlo più ridicolo di quanto già
non fosse. Ma nella sostanza tutto quanto scritto può definirsi più vero
che verosimile.
Luigi
– Yanez -
Ciao
Maurizio.
Ti
ringrazio dell'anticipo delle foto. Io sono ancora in un'altra dimensione ed
è una dimensione molto bella! Ieri sera sognavo davanti al catalogo
Boscaglia anche se probabilmente per quest'anno non potrò fare altri
trekking. Ma il tempo dei sogni è sempre presente, che ne dici?
Un
grazie di cuore e un arrivederci
Alessandra
Ciao
Maurizio,
il rientro e' stato
tranquillo e ormai la routine e' iniziata.
Ti ringrazio
moltissimo per la pazienza e disponibilita' che
hai avuto nei miei confronti
Elena
Colgo l'occasione per
ringraziarti per il modo attento e piacevole con cui ci hai
guidati lungo la via romea e, dato che le foto le hai fatte a noi, te ne
mando alcune dove ci sei anche tu!
Buona fortuna e auguri alla tua famiglia
Isabella
Ti
ringrazio di cuore per l'ottima materiale ma, soprattutto per la
meravigliosa giornata.
Un
abbraccio
Claudio
Da parte mia e di Nicoletta un sincero grazie!!!
Alla prossima avventura!
Sofia- Nicoletta
grazie per la cartina che hai inviato.
Ho apprezzato la tua guida sicura e determinata, la conoscenza del
territorio sia sotto l'aspetto ambientale che culturale e naturalistico, i
momenti di approfondimento sul significato del cammino, la disponibilità
e responsabilità nei confronti delle persone e anche i tuoi momenti
autorevoli e non, a mio giudizio, autoritari.
Ciao Daniela
Il glorioso rimpatrio 2008
27/08/2008
10.21.06
Lo
sapete chi sono i valdesi? Dopo la settimana di cammino nelle loro valli
io adesso posso dirmi uno dei più grandi esperti in Italia di storia,
tradizioni e religione valdesi. E come me lo sono tutt* i/le partecipanti
al trekking che ripercorre le ultime tappe del viaggio che riportò alla
fine del '600 i Valdesi nelle loro valli piemontesi dopo anni di
persecuzioni ed esilio, oltre alla guida Maurizio Barbagallo che per la
prima volta affrontava in gruppo questo percorso. Per raccontare meglio lo
spirito del viaggio pubblichiamo di seguito il diario di viaggio di Yanez,
un camminatore "grullo".
Alessandro Guardabassi
Il
rimpatrio dei “grulli”
Da
Salbertrand a Torre Pellice sulle orme del Glorieuse Rentrèe
Ci sono
momenti nella vita in cui un uomo si fa delle domande ed è tenuto a darsi
delle risposte. Da troppo tempo, recandomi a lavoro, passavo davanti ad un
cortile nel quale stazionava un cane con una catena al collo:
“poveraccio – pensavo tra me e me - che vita da cane!”, per
l’appunto. Appena svoltato l’angolo però nasceva spontaneo un
paragone tra la condizione della povera bestiola e la mia: schiavo alla
stessa maniera e forse di più, perché consapevole della faccenda. La
cosa che però mi spinse a riconsiderare tutta la mia vita fu una in
particolare: il carnet da dieci caffé (di cui uno in omaggio) del bar
“My Chef” della stazione di Milano Lambrate. Non c’è niente di più
angosciante, ve l’assicuro, del possedere un abbonamento di questo tipo.
Certo ci sono quelli della metrò, del treno o del parcheggio per
l’auto. Ma quello del caffé, in una stazione ferroviaria, luogo di
partenza per elezione, è qualcosa che ti segna dentro e che non può
passare sotto silenzio. Condannato fino ad esaurimento dei talloncini ad
affacciarmi a questo bancone, sgomitando nella ressa, senza poter nemmeno
ordinare qualcosa di diverso dal caffé.
E così, in una giornata di inizio luglio, decisi di cambiare la
mia vita, ed il tutto avvenne con un gesto simbolico ed eclatante: presi
il carnet, acquistato il giorno prima,
lo strappai con insolita calma in mille pezzi e lo dispersi fuori dal
finestrino del treno che correva verso Treviglio, sbattendomene
allegramente dei risvolti poco ecologisti dell’atto.
Qualche
giorno dopo, con la consapevolezza di aver dato una svolta alla mia vita
(vi piacerebbe saperne di più immagino: pazientate, la soluzione alla
prossima puntata) cominciai a pensare alle ferie d’agosto. Il pensiero
corse subito all’estate scorsa, alla Corsica e ancor più alla Val Maira:
“chissà se si riesce a rimettere insieme il gruppo dell’anno passato?
Sarebbe proprio una bella rimpatriata!”. E così in una stanca giornata
di lavoro cominciai a gironzolare su internet per vedere se
non ci fosse qualcosa di interessante: le proposte che si
susseguivano parlavano di Thailandia, di Perù, di Nepal, di Patagonia.
Viaggi avventurosi ai confini del mondo, vette che sfidano il cielo,
oceani abissali, deserti sterminati. Niente
tuttavia che potesse reggere il confronto con la Val Pellice! Ebbene sì,
tra tanto “naufragar”, mi imbattei nella proposta del “Glorioso
Rimpatrio”: otto giorni seguendo le tracce e le gesta della comunità
valdese che sul finire del ‘600 fece ritorno dalla Svizzera nei luoghi
nativi sfidando le ire (e ancor più le fucilate) dei regnanti di casa
Savoia. La guida del trekking sarebbe stata, come per la Val Maira,
Maurizio. A questo punto non mancava che contattare gli amici dell’anno
passato. Alessandro da Firenze, detto Pigna, accettò subito. Diego di
Mantova anche. Il Profeta, non fu rintracciabile, essendosene perse le
tracce a Masi-Manimba nel Congo: pare che lo scopo del suo viaggio fosse
una missione pastorale tra le tribù bantu della regione del basso corso
del fiume Wamba (resta ancora qualche piccolo dubbio su chi abbia pagato
le spese di viaggio). Stefano, detto Alzheimer, decise al contrario di
iscriversi ad un viaggio Zeppelin per trovar moglie.
Valerio di Roma bloccò il posto e si riservò di versare la quota
d’iscrizione nei giorni successivi. E così verso la metà di luglio
avemmo la certezza che il gruppo dell’anno passato, almeno in parte, si
era ricostituito: la rimpatriata dei “grulli” non era più un
miraggio.
Ai primi
d’agosto Maurizio mi contatta telefonicamente sul cellulare per le
ultime raccomandazioni. La conversazione dura pochissimi minuti, al
contrario di quella dell’anno passato. Inizialmente motivo la differenza
con il fatto che l’altra volta mi chiamò sul fisso (da poco ho cambiato
numero e non l’ho comunicato). Riflettendoci bene
però e sapendo che gli aspetti veniali della vita non sfiorano
nemmeno lontanamente Maurizio, mi convinco del fatto che abbia dato tante
cose per scontate sapendomi ormai un viaggiatore provetto.
Dopo
qualche giorno Valerio mi comunica che non sarà del gruppo: non se la
sente di partire: ha ancora “troppi pensieri per la testa”. Io più
che dargli qualche suggerimento catartico, tipo quello della liberazione
dal carnet non posso fare, e dunque pur dispiaciuto, accetto la sua
decisione senza insistere.
Nel
primo pomeriggio di sabato 9 agosto ci ritroviamo tutti alla stazione di
Torino. La prima cosa che mi dice Maurizio appena mi vede e ancor prima di
salutarmi è: “tu mi devi 20 euri”. “Ma dai Maurizio - replico
ironicamente - vuoi sempre soldi. Guarda che me li sono portati contati
sta volta!”. Quasi
contemporaneamente giunge il solito sms di Valerio: “Aho sei arrivato?
La domanda di rito è: come butta a gnocca? Quante orme daresti alle donne
del trek?”. Al che, per non deprimerlo ulteriormente e soprattutto per
non farlo rammaricare di non essere dei nostri rispondo: “è na
traggedia: quasi quasi risalgo sul treno e me ne torno a Milano!”. In
realtà il gruppo non è affatto male, ed anzi vi sono alcune
individualità di notevole spessore, tali da far immaginare una settimana
all’insegna non solo di risate becere e goliardiche, ma anche di
conquiste sentimentali (o presunte tali).
Da
Torino prendiamo un orrendo trenaccio locale che fermando in tutte le
stazioni ci conduce a Salbertrand. Una breve visita alla ridente cittadina
e poi subito su verso il nostro primo posto tappa. Due ore di cammino e
700 metri di dislivello in salita sono il primo assaggio di ciò che ci
attenderà nei prossimi giorni. Nel tardo pomeriggio giungiamo
speditamente in località Montagne Seu a quota 1.771 metri. Questa notte
dormiremo presso il rifugio Daniele Arlaud.
A cena
cominciamo a conoscerci. Tra di noi, a parte il gruppo dei “grulli”
della Val Maira ci sono anche due ragazzi di Roma, Elettra e Alessandro;
Renato viene da Bergamo; David da Siena, Piero da Firenze. Ci sono poi
Luca, Roberta dall’Emilia. E ancora Silvia e poi Alessandro da Rovereto.
Insomma siamo un bel gruppo di 15 persone che provengono da diverse
località del centro - nord. Le pietanze che arrivano in tavola non sono
il massimo (due canederli due – di numero; tre wuster abbrustoliti e una
manciata di patate al forno semi-crude), ma in fondo sul programma c’era
scritto che il viaggio era “avventuroso” e dunque nessuno si lamenta.
Prima di ritirarci Maurizio comincia la lettura del Diario di Henri Arnaud,
pastore e leader valdese, vera anima del rimpatrio. E' sicuramente una
buona idea quella di leggere i passi del libro che si riferiscono ai
luoghi in cui transitiamo. A maggior lode per la nostra guida, inoltre,
c'è il fatto che il tomo è di dimensioni ragguardevoli (non meno di
due-tre kg.) e sicuramente il suo peso si sente su per le salite (Dio solo
sà quante volte il nostro nei giorni a venire penserà di disfarsene
all'insaputa del gruppo: se solo non ci si fosse affezionati tanto alla
lettura serale...!). La
sistemazione per la notte avviene in due locali con ampia possibilità di
scelta dei letti: sarà la prima e unica volta che ci accadrà. Renato
dichiara subito di essere un forte russatore, ma nessuno gli dà credito
(presto ci ricrederemo). Altri affetti dallo stessa "malattia"
non si disvelano. La notte comunque passerà pressoché insonne dalla gran
parte del gruppo. Al mattino a colazione infatti tutti dichiarano la
difficoltà incontrata a prendere sonno. Ci si accusa un po’ tutti
reciprocamente, ma la dichiarazione più buffa appartiene al Pigna che
parla del suo compagno di letto a castello: “sì sì, anche lui russava,
ma bastava che dondolassi un po’ il letto e lui smetteva”. Al che Luca
stizzito risponde: “mo va beh, tu dondolavi, ma io ero sveglio! Non ero
mica io che russavo!”. Insomma non se ne esce.
In breve
siamo pronti per partire. Oggi si arriva a Usseaux: 6 ore di cammino per
800 metri di dislivello in salita e 1.200 in discesa.
La
marcia sul sentiero è decisamente gradevole e si sviluppa attraverso
abetaie fitte e rigogliose. Maurizio comincia a descrivere con dovizia di
particolari (anche troppa) le piante che incontriamo, ma in breve dal
gruppo emerge Luca, esperto botanico, che spesso interviene per aggiungere
dotte spiegazioni. A mano a mano che proseguiamo è chiaro che questi ne
sa molte di più della nostra guida. Quando Maurizio, cercando di fare lo
spiritoso, ci mostra una
piantina di timo dicendo “se a te ti garba una tipa, ti avvicini con
questa e le dici: timo”, il gruppo perde definitivamente fiducia in lui
ed il botanico, detto Ciccio-Botanico per la leggera pletora che lo
caratterizza, viene eletto a consulente ufficiale del gruppo.
Dopo
aver pranzato sul colle dell’Assietta (2.567), ai piedi del monumento
che ricorda la battaglia combattuta dai granatieri di Sardegna contro i
francesi nel 1747, comincia la discesa. Durante il tragitto ci imbattiamo
in un meraviglioso ruscello di montagna, al cospetto del quale non si può
passare indifferenti. Buttati a terra gli zaini, infatti, ci dirigiamo
verso le sue fresche acque per alleviare un po’ della fatica e del caldo
accumulato. Alessandro da Rovereto individua subito una pozza e spostando
alcuni massi si crea in breve un’ampia piscina naturale. Il Pigna,
vedendolo armeggiare in maniera concitata, esclama: “va che cignale….!
(cinghiale in dialetto fiorentino) Ora gli manca solo di rotolarsi nella
merda!”.
Nel
frattempo Elettra ci si è avvicinata ed ascolta con interesse i racconti
che il Pigna fa dei suoi viaggi in Tanzania e degli orfanotrofi che ha
visitato in quei luoghi. La ragazza è evidentemente rapita da tale
affabulatore, e non si perde neanche una parola. Il Pigna se ne accorge ed
ancor di più dà colore ai propri ricordi. Ma improvvisamente compare
alle nostre spalle Maurizio il quale, cogliendo l’occasione di una
piccola pausa nel racconto, gli spara una domanda assassina: “hai già
pronta la camera per la bimba?”. “Quale bimba – chiede Elettra –
stai per diventare padre? Non me l’avevi detto!”. Il Pigna digrignando
i denti verso Maurizio risponde: “eh sì, a gennaio sarò babbo!”.
Elettra si allontana quasi subito.
Nel
pomeriggio, dopo una breve e doverosa pausa birra a Cerogne,
arriviamo a Usseaux (1.416). Questa notte alloggeremo presso il
posto tappa del falegname locale.
Dopo
esserci sistemati ci ritroviamo in veranda in attesa della cena. Quella
vecchia spugna di Diego avvicinandosi mi sussurra: "il gestore
sarebbe disposto ad offrirci da bere!". "Questa sì che è una
buona notizia - dico io rivolto al gruppo - che ne dite di fare un
aperitivi?". La domanda appare quasi retorica, tanti e tali sono gli
"intenditori" del gruppo. Il falegname ci porta un bel litro di
rosso e nessuno si tira indietro. Renato intanto ha cominciato a
raccontare dei suoi incredibili viaggi e delle difficoltà che si
incontrano soprattutto in luoghi desertici dove scarseggia l'acqua. La
cosa che più lo impensierisce però è una: restare senza carta igienica.
"Sarebbe proprio un bel guaio - afferma - non saprei proprio come
risolvere la situazione: per fortuna che non mi è mai capitato!". Io
ascolto rapito il ragionamento e dando fondo a tutte le competenze
acquisite in anni di trekking avventurosi gli fornisco la soluzione:
"caro Renato, che problemi ti fai? Dobbiamo sempre prendere esempio
dalla natura: in caso si restasse senza carta igienica la soluzione
migliore è fare come fanno i cani: strisciare il culo in terra!".
A tavola
ci sono con noi dei ragazzi tedeschi ed il Cigna dà sfoggio della
padronanza della lingua. I nostri commensali vogliono sapere qualche
informazione sui sentieri e sulla storia valdese e Maurizio è felicissimo
di poter essere loro utile: non gli pare vero che qualcuno gli possa
ancora rivolgere delle domande!
Dopo
cena ci intratteniamo ancora in veranda. Ad Alessandro da Roma
improvvisamente sfugge il bicchiere di mano e pezzi di vetro volano
ovunque, mentre una pozza di vino si allarga sul pavimento. Afferrando Il
Foglio del Cigna che si trova sul tavolo accorro in aiuto : "dai,
tampona con questo: come carta assorbente è il massimo! E' l'ideale per
questo genere d'inconvenienti. Poi però non buttarla: potrebbe sempre
servire a Renato!". Nel frattempo ci ha raggiunto il falegname il
quale, guardando Alessandro intento a ripulire il pavimento, esclama
apoditticamente: "cos'è successo: sei di nuovo ubriaco?".
Alessandro lo guarda interdetto e replica: "di nuovo in che senso,
scusi?". "Ma sì dai - aggiunge il falegname - scommetto che sei
stato tu poco fa a rompere l'altro bicchiere!". "Guardi che si
sbaglia, non sono mai stato così sobrio!". "Vabbè, comunque
adesso mi tocca lavare il pavimento! Ora stai bel tranquillo: siediti e
non bere più!".
Prima di
andare a dormire facciamo un giro per il paese: in pochi minuti, date le
piccole dimensioni dell'abitato, ci ritroviamo nella piazzetta dove c'è
l'unico bar. "Cosa prendiamo da bere? - dice Alessandro - Mi andrebbe
un digestivo: ecco, se ci fosse un Braulio sarebbe il massimo". Io
appoggio la proposta con grande entusiasmo. Gli altri presenti restono
sorpresi. E' davvero incredibile quanto poco sia conosciuto e dunque
apprezzato il nostro miglior amaro! Quando si dice l'ingiustizia del
mondo! Il barista, rammaricato, ci dice che non ha il Braulio e quindi
siamo costretti a ripiegare su un mediocre distillato alle erbe. Alla
spicciolata tutti quanti si ritirano nei propri "appartamenti".
Restiamo al tavolino solo Elettra ed io, parlando un po' di noi, del
gruppo e delle impressioni maturate fino ad ora sul trekking. Elettra è
una bella ragazza di Roma ed è incredibilmente intelligente: la classica
persona che dice le cose giuste al momento giusto. Si muove con grazia e
lentezza e quando ascolta qualcuno lo guarda dritto negli occhi
aggrottando le sopracciaglia, tanto che mi troverò spesso a doverle dire:
"non mi guardare così, ti prego, mi intimorisci!". Ha una vera
passione - che spesso focia nella mania - per la fotografia ed è capace
di assumere posizioni da contorsionista pur di immortalare una scena
particolare. Se si fissa su un soggetto poi, lo fotografa da ogni punto
cardinale, suscitando a volte imbarazzo, ma più spesso compiacimento: in
fondo a chi non piacerebbe essere al centro dell'attenzione (il Pigna ad
esempio, nei giorni a seguire mi dirà con orgoglio e sarcasmo:
"Elettra mi ha dedicato un intero servizio! A te due sole foto, mi
pare!"). E' bello stare all'aria aperta sotto le stelle, accarezzati
dal vento fresco della notte. Purtroppo però siamo richiamati al dovere:
domani la sveglia è puntata alle h. 5.45, ci attende la tappa più lunga
del viaggio (7.30 ore di cammino per 1.500 metri di dislivello in salita e
1.200 in discesa).
Quando
ci leviamo è ancora buio, ed i nostri movimenti sono estremamente
rallentati, così come soffuse sono le nostre voci. Quando vado per
lavarmi i denti mi accorgo di aver lasciato il doccia-schiuma in bagno la
sera prima. Mi dò subito del "coglione" e solo per scrupolo
vado a cercarlo: ovviamente lo ritrovo vuoto e con un gentilissimo
bigliettino: "grazie".
Dopo
colazione ci mettiamo in marcia. Superato un ponte comincia la salita,
dolce e lunghissima. Dapprima all'ombra di un fitto bosco di abeti e
larici ed in seguito, man mano che saliamo, lungo pascoli e praterie
d'alta quota. In prossimità dello scollinamento a 2.800 metri una fitta
nebbia avvolge tutto ed improvvisamente la temperatura precipita. Siamo
dunque costretti a coprirci con pile e giacche a vento. Solo Diego procede
imperturbabile in t-shirt (che stia dando fondo alle proprie riserve
etiliche?). Il tempo sta cambiando rapidamente, e Maurizio suggerisce di
mangiare un boccone alla svelta e di rimettersi subito in marcia per la
discesa. Il pranzo è quanto di più frugale abbia mai visto in vita mia:
due stoppose fettine di pane con un cubetto di toma. In questo frangente
si assisterà a scene da vita sub-urbana, come quella del rovistare tra i
rifiuti in cerca di un pezzo di formaggio avanzato o di un tozzo di pane
sdegnosamente rifiutato. Prima di ripartire Maurizio applica al ginocchio
dolorante di Roberta uno dei suoi rinomati intrugli omeopatici e le
stringe con una fascia elestica la gamba. Assistendo alla medicazione
nasce spontanea una discussione: qualcuno ironizza sull'efficacia di
queste pozioni (tipo i semi di pompelmo), altri sostengono che in fondo
male non fanno. "Basta, basta discutere - dice Maurizio - Ora ci si
divide lo zaino della Roberta, così l'alleggeriamo per la discesa".
Sono tutti d'accordo e a gara ci si precipita a prender sù gli oggetti e
le sacche più pesanti, nonostante il rifiuto iniziale della nostra amica.
Ha sempre un colore particolare la generosità in montagna.
Durante
la marcia, nel fitto della nebbia e sotto una pioggia che si va
intensificando sempre più, ci imbattiamo in tre figure: sono tre nostri
associati di Pinerolo, due dei quali guide. Hanno risalito il versante
opposto al nostro e ci condurranno incolumi a valle. Questo incontro c'era
stato preannunciato da Maurizio nei giorni scorsi, ma al momento nessuno
se ne ricordava. Le condizioni meteo precipitano: in breve ci troviamo
avvolti da una bufera. Scendiamo a gran velocità giù dai pendii e ci
fermiamo esclusivamente per ricompattare il gruppo. Le rare volte infatti
che le guide locali fermano la marcia per dare qualche spiegazione
paesaggistica, rischiano di essere superati dal gruppo a cui in questo
momento non interessa altro che mettersi al riparo. Siamo completamente
fradici, nonostante le giacche e le mantelline per la pioggia. Nel tardo
pomeriggio raggiungiamo Balziglia e siamo sfiniti.
Questa
notte alloggeremo nella casa - scuola valdese. I letti disponibili non
sono sufficienti per tutti, complice anche la presenza di due ragazzi
finlandesi che non avevano prenotato in anticipo. Mandarli via non sarebbe
per niente elegante e dunque ci ingegniamo per trovare una sistemazione
alternativa. Dopo aver vagliato tutte le possibili soluzioni, decidiamo
che la migliore è quella di dormire nel museo commemorativo adiacente
alla scuola. Spostando alcuni materassi in soprannumero, trasformiamo il
museo in una accogliente camera da letto, nella quale i plastici, le aste
delle bandiere e le vetrine diventano degli ottimi ripiani ed appigli per
stendre mutande, calzini e tutto quanto si è inzuppato sotto la pioggia.
Certo la scena agli occhi di un eventuale visitatore sarebbe decisamente
surreale, ma purtroppo non possiamo fare altrimenti. Per un momento poi
sembra che anche i materassi non siano sufficienti: "Ehi Diego - dice
Maurizio - che ne dici se dormissimo per terra, magari con una
coperta?". Diego resta per un attimo senza parole, poi farfuglia:
"beh, insomma, io soffrirei un po' di mal di schiena....! Almeno una
seconda coperto per coprirsi?". "Ma scherzi - replica Maurizio -
ci mancherebbe!". Alla fine per fortuna saltano fuori anche gli
ultimi due materassi e la faccenda si conclude nel migliore dei modi.
La cena
di questa sera ci viene recapitata da una dolcissima signora valdese che
parla un po' come Tremonti e che abita poco distante da qui: un marmittone
di minestra e delle bistecche di roast-beef. Dato però che i nostri
appetiti sono quasi feroci decidiamo di cucinarci anche il pacco da tre
kg. di spaghetti che fa bella mostra di
se in cima ad una mensola della cucina. Per un attimo si sfiora la rissa
sul fatto di infilare o meno nel sugo di condimento anche una scatola di
piselli. A chiudere la serata una bottiglia di profumatissimo genepì,
generosamente offerto dalla valdese. Tutti a nanna.
La
mattina succesiva ci si alza senza sveglia: dopo una tappa così
impegnativa, ci riposiamo con una decisamente più soft. Quando apro gli
occhi la prima cosa che vedo sono i ritratti di due barboni che mi
scrutano con severità: sono Arnaud e Gianavello, i condottieri valdesi,
evidentemente incazzati con il nostro attendamento tra i cimeli del
Glorieuse Rentrèe.
Dopo la
colazione stancamente ci rimettiamo in cammino. Maurizio ad un bivio si
ferma e dice: "dunque, abbiamo due alternative, o si va su per questo
sterrato tra il bosco per 600 metri in salita; oppure si discende giù
dolcemente verso Sanza". Il Pigna sottovoce butta lì "ma te se
grullo....", e si incammina verso valle. Il resto del gruppo lo segue
senza minimamente prendere in considerazione la salita. E così, con
estrema lentezza, ci inoltriamo lungo una strada secondaria che attraversa
diversi paesini del fondo valle. A Massello incrociamo nuovamente la
signora che ci ha portato il cibo la sera prima. Ci fermiamo a discutere
con lei e l'occasione è propizia per farle alcune domande sulla sua fede
valdese. Renato è curiosissimo e le spara domande a raffica. La signora
ci conduce anche alla casa del tempio per una breve visita. Qualcuno, pur
di fare bella figura davanti a tutti, mente spudoratamente dichiarando di
aver dato l'8x1000 alla chiesa Valdese: naturalmente nessuno gli crede!
Oramai
è quasi ora di pranzo e, sebbene il cammino percorso oggi sia da 1/2 orma
scarsa, decidiamo di concederci un pranzo con tutti i crismi. A poco meno
di un km. ci fermiamo ad una foresteria di gran lusso e ci facciamo
servire agnolotti al pomodoro, un tagliere di affettati e formaggi vari,
vino, torta e caffè. Del Braulio nessuna traccia neanche da queste parti!
Prima di ripartire qualcuno si regala anche una lussiosissima partita a
calcio-balilla.
Una
breve marcia pomeridiana ci conduce lentamente a Didiero di Salza, dove a
dar retta a Maurizio ci attende un agriturismo. In realtà la nostra guida
non è mai stata da queste parti e il luogo in cui dormiremo stanotte è
una stanzuccia di 3 metri per 3. Quando siamo tutti dentro non ci si
riesce nemmeno a muovere. Ogni movimento deve essere coordinato allo
spasimo, altrimenti ci si infligge terribili gomitate e ginocchiate forse
non del tutto involontarie. Un
claustrofobico avrebbe seri problemi a restare qui dentro. Ovviamente il
bagno è unico e per lavarci tutti ci mettiamo un tempo infinito.
Fortunatamente però non abbiamo fretta. A sera ci troviamo per cena tutti
belli e puliti: sono gli ultimi momenti in cui possiamo sfoggiare un
abbigliamento decoroso: da domani si comincerà a utilizzare a rotazione
la roba usata nei giorni precendenti!
A tavola
si instaura una discussione socio-politica dai toni anche accesi. Si
discute del tema della sicurezza e spontaneamente emergono le posizioni
del gruppo: chi più di destra chi di sinistra. In questa occasione
rifletto su un aspetto linguistico del dialetto romano: Elettra, seduta
accanto a me, spesso usa l'espressione "eh certo" mentre ascolta
qualcuno che parla, mentre altre volte dice "enfatti". In
entrambe i casi è d'accordo con la persona che sta parlando, ma mentre
nel primo caso il coinvolgimento è quasi totale, vale a dire una
concordanza assoluta con la tesi esposta, nel secondo caso appare un minor
coinvolgimento: come a dire "sono d'accordo, ma mica tanto, e
comunque la cosa non mi interessa granchè!". E' un po' come la
differenza insita tra "mei cojoni" e "sti cazzi": nel
primo caso espressione di profondo apprezzamento; nel secondo di totale
disinteresse. Meraviglioso.
Nel
frattempo ha ricominciato a piovere a dirotto. Tutti a dormire.
Al
mattino il cielo si è rasserenato ed il sole ancora basso illumina con
luce dorata tutta la vallata. L'unico
rumore che si ode, a parte il nostro vociare, è lo scrosciare del
ruscello poco distante dal nostro "agriturismo". Questa valle è
davvero immersa in un silenzio irreale. Appena pronti ci si muove alla
volta delle miniere di talco di Salza, subito al di là del versante.
Durante la marcia si parla tra gli altri con Piero. Ad un certo punto gli
chiedo in che zona di Firenze abita. Al che mi risponde: "ma guarda,
penso che non si abiti poi così distanti!". A sto punto mi rendo
conto che il nostro compagno mi ha scambiato per fiorentino: in effetti,
di tanto in tanto in questi giorni, ho buttato lì qualche espressione in
toscano (o simil-toscano), coadiuvato dal Pigna. I dialetti ed i vernacoli
sono la mia passione, lo ammetto. E così, avendo ricevuto l'imprimatur da
un fiorentino doc, prendo una decisione storica: muterò il mio nome e la
mia residenza. Tra breve sarò Yanez Novelli Cioni, da Lamporecchio.
Alle
11.00 giungiamo alle miniere, giusto in tempo per prendere parte alla
visita guidata. Ovviamente la parte che visiteremo non è più attiva, ma
comunque lo staff ci fornisce elmetti protettivi contro eventuali cadute
massi o colpi accidentali contro le pareti. Per mezzo di un trenino
elettrico raggiungiamo la zona attrezzata per il tour e cominciamo ad
esplorare gli ambienti. Il freddo è notevole quaggiù, ma la visita è
davvero interessante. Grazie al fatto di aver letto Germinal di Emil Zola,
sparo una decina di domande una più precisa e puntuale dell'altra,
facendo un figurone straordinario. Qualcuno accenna anche un applauso.
Quando poi il nostro accompagnatore chiede se c'è un volontario per un
esperimento, mi scaravento tra la folla come un parà della folgore:
"ecchice, pronti". L'esperimento consiste nell'impugnare una
trivella da 50 kg. e forare una parete rocciosa. Prima di accingermi al
compito lascio la fotocamera ad Elettra e le chiedo di non perdersi il
momento clou. La sensazione è davvero tremenda: la potenza di quello
strumento infernale è agghiacciante, tale da sconquassare ogni parte
delle membra e da dare una bella frullatina al cervello. Fortunatamente
l'esperimento dura una manciata di secondi, altrimenti dopo l'Alzheimer
della Val Maira avremmo avuto anche quello della Val Pellice. Tornando
verso Elettra le chiedo: "allora, hai fatto la foto? Come sono
venuto?". "No, guarda, c'era troppo rumore - risponde - non
riuscivo neanche a tenere gli occhi aperti". "Ma porca putt......-
mi scappa detto - come sarebbe a dire? Ma non potevi darla ad un altro?
Scusa Maurizio, adesso si torna un secondo indietro, e si rifà il
tutto!". I compagni però sono già tutti pronti ad uscire e si
stanno sistemando sul trenino. Vatti a fidare delle donne!
Dopo una
lunghissima pausa pranzo causata dall'eccessiva folla al bar-trattoria
della miniera, ci dirigiamo alla volta di Ghigo di Prali. Nel fitto del
bosco incrociamo uno splendido torrente. Ancora una pausa di un'ora in cui
il Cigna non perde l'occasione per farsi un altro tuffetto. Maurizio nel
frattempo cerca di scalare una parete, ma vi rinuncia quasi subito. Altri
si distendono al sole.
Nel
tardo pomeriggio raggiungiamo la nostra meta, un paese di fondo valle,
decisamente grande al confronto di quelli che ci hanno ospitato fino ad
ora. Le sistemazioni sono molto confortevoli e gli "spazi
vitali" delle camere sono tali da farci quasi sentire un senso di
lontananza con i compagni di viaggio. Questa sera a cena sono nostri
ospiti i tre ragazzi che abbiamo incontrato sui monti di Balziglia. Uno di
questi mi confessa di aver letto il racconto della Val Maira per farsi
un'idea di Maurizio. "E quindi - dico io - che opinione ti sei
fatto?". "Ma guarda - mi risponde - leggendo dei giochi che vi
fa fare, dell'ohm tibetano ed altro, ho avuto un po' di timore!".
"Ascolta - gli rispondo - se è solo di questo che eri preoccupato,
sei a posto: non fa più niente di tutto ciò! Gliel'hanno
proibito!". La serata prosegue allegramente tra aneddoti e ricordi di
trekking precedenti ed in breve si fa notte. E mentre lentamente ognuno si
congeda, Maurizio ed io accompagnamo alla macchina i nostri amici di
Pinerolo e ci ripromettiamo di trovarci ancora su qualche sentiero.
Giovedì
14 agosto lasciamo Ghigo di Prali e ci accingiamo ad intraprendere la
salita verso il rifugio del Lago Azzurro, appena sotto il confine
francese. La prima parte del percorso si sviluppa all'interno di una fitta
boscaglia in cui il sentiero è appena individuabile: un machete sarebbe
stato senza dubbio utile. Su un crinale Renato lancia l'allarme: "Ho
lasciato la borsa con soldi, cellulare e documenti a Ghigo!".
Maurizio, con grande competenza, contatta l'albergo in cui abbiamo
pernottato ed in breve risolve la faccenda: il tutto verrà spedito a
Bergamo a casa del nostro compagno. E' rassicurante sapere di essere in
buone mani, sempre e comunque.....!
La
salita dura quasi 4 h. per un dislivello di oltre 1.000 metri. La fatica
è tanta anche perchè, a differenza delle volte precedenti, si procede su
sentieri che si inerpicano con strappi violenti. Fortunatamente non fa
caldo: sebbene infatti il cielo sia sereno, il vento è freddo e non è
consigliabile fermarsi, se non per brevi attimi, giusto per riprendere un
po' fiato. Improvvisamente, dopo l'ennesimo dosso, si staglia davanti a
noi un'asta sulla quale sveltolano tre bandiere: quella italiana, quella
con la croce occitana e quella tibetana. Siamo ormai in dirittura
d'arrivo.
Il
rifugio troneggia tra le vette a quota 2.583 metri ed è adagiato su un
pianoro ai bordi del lago omonimo. E' in fase di allargamento e
ristrutturazione, dopo che una frana, staccatasi dal crinale alle sue
spalle, lo ha investito parzialmente. Sicuramente è una bella struttura
inserita in un contesto quasi fiabesco.
Il
nostro arrivo coincide, guarda caso, con l'ora di pranzo. Ci sono già
degli avventori ai tavoli, ma il nostro ingresso, in gran numero ed
affardellati, mette un po' tutto l'ambiente in subbuglio. Maurizio ed io
spostiamo un tavolo per unirlo ad altri due, ma veniamo redarguiti dal
gestore, quasi in preda ad una crisi isterica. Ed io che pensavo che la
tranquillità interiore fosse il compenso spettante a chi si trova a
gestire luoghi come questo! La collega dello stressato in compenso è
molto gentile ed il cibo è buono. Soprattutto i dolci: la torta al
cioccolato e quella ai pinoli sono sublimi. Nel pomeriggio, dopo esserci
sistemati nelle camerate, ci godiamo un meritato relax: chi gioca a carte,
chi guarda riviste (rigorosamente di montagna), chi chiacchiera
stancamente. Silvia e Roberta si esercitano sotto la bandiera tibetana con
la pratica del tai - chi; Elettra ed il Pigna invece ingaggiano una
partita a scacchi all'ultimo sangue. Quando li raggiungo il Pigna è in
una situazione disperata: ha perso quasi tutti i pezzi e difende il re con
pochi pedoni. Sono entrambi alle prime armi: le regole del gioco infatti
gliel'ha insegnate un pargolo che si trova qui con i genitori. Mi
basta un'occhiata per capire che con una mossa la partita è chiusa. Ma
Elettra non ne vuole sapere: vuole vincere da se, testarda ed orgogliosa
come sempre. Anche Alessandro da Rovereto assiste alla partita e di tanto
in tanto dà qualche suggerimento, per lo più ad Elettra, suscitando le
ire del Pigna che lo manda platealmente a quel paese. La partita si
concluderà dopo più di un'ora, soprattutto per lo sfinimento di entrambi
i concorrenti. E la vittoria, ovviamente, sarà di Elettrà.
A cena
ordiniamo tutti minestra, salvo il Ciccio-Botanico che preferisce ancora
la pasta. Non appena i piatti arrivano in tavola, suggerisco al Pigna di
fare un scherzo al nostro amico. "Chi ha preso la pasta?" - dice
la cameriera. "Per me, grazie!" - risponde il Pigna. "Come
sarebbe a dire? -protesta il Botanico - guarda che l'ho presa io la pasta!
Tu hai ordinato minestra!". "Ma non dire bischerate, vai! -
replica il Pigna - Anzi se c'è qualcuno che ne vuole un po'!". Tutti
ridono avendo capito lo scherzo, anche il Botanico, ma per un momento la
scena mi ricorda i tempi delle elementari, quando capitava che i ragazzini
più perfidi rubassero la merenda a quelli più indifesi.
Prima di
andare a letto Renato, Elettra, Pigna ed io mettiamo su una mano di poker.
Renato accetta al solo patto di non giocare quattrini. Molti sono già a
dormire e non si può fare chiasso. Anche sta volta Elettra non sa le
regole e dunque siamo costretti ad insegnargliele. In più fa confusione
con i mazzi di carte e siamo obbligati a ricontarle più di una volta.
Dopo poche mani, complice una fortuna sfacciata ed un paio di bluff da
gran maestro, il Pigna ci ripulisce tutti. Come scusante per i perdenti il
fatto che la partita non potesse essere considerata regolare: non s'è mai
visto un poker in cui non si giocano soldi, non si bene whisky fumando un
sigaro e soprattutto non ci si urli dietro improperi da cantina sociale!
Prima di
ritirarci il Pigna ed io fumiamo un ultimo cicchino fuori dal rifugio, ma
al momento di rientrare ci accorgiamo che la porta si è chiusa dietro di
noi e non si riesce ad aprire. Spira un vento freddissimo e non c'è verso
di farci aprire dall'interno: se cominciassimo a gridare ne andrebbe di
mezzo il nostro orgoglio (ma ve l'immaginate la scena?). "Siamo
proprio due grulli - esclama il Pigna - e ora come sì fà?".
"Secondo te - rispondo - resistiamo fino a domani?". Per un
istante ci guardiamo e non c'è bisogno di parole. La vicenda può essere
raccontata ora, per fortuna, solo perchè la porta, messa alle strette,
non oppone troppe resistenza. Salvi per miracolo.
Nell'anticamera
sono stati lasciati scarponi ed indumenti vari ed il cattivo odore ha
saturato tutto l'ambiente. Da che il gestore poi ha acceso la stufa gli
afrori si sono moltiplicati in maniera esponenziale. Qualcuno,
assolutamente incredulo del fatto che gli esseri umani possano arrivare a
puzzare tanto, sbircia disperatamente per ogni dove
convinto di ritrovare prima o poi la carcassa putrefatta di una
capra bagnata. Ma la ricerca non dà risultati.
Riprende
a piovere con violenza, e al calduccio sotto le coperte, Maurizio ci legge
l'ultimo capitolo della saga dei Valdesi.
Al
mattino la sveglia suona molto presto, ma stranamente nessuno si leva dal
letto. La nostra guida si è resa conto che non si può partire con questo
tempo e dunque ha lasciato che riposassimo ancora. Con molta calma
facciamo colazione e ci prepariamo per l'eventualità che il meteo
migliori. Verso le 10.00 finalmente le condizioni climatiche ci consentono
di muoverci. Oggi ci attende la seconda tappa più impegnativa del
viaggio: 7h. di cammino con 450 mentri di dislivello in salita e ben 1.600
in discesa. Tipo quella mitica percorsa dal Profeta l'anno scorso in Val
Maira ("Ah Profè, ma che c'hai le ginocchia d'acciaio?" - frase
di Valerio da Roma, riportata nei manuali di trekking).
Il
nostro percorso si sviluppa inizialmente su continui saliscendi che ci
consentono di restare sempre in quota. Quando dopo un paio d'ore di marcia
raggiungiamo il monte Giulian (2.547) comincia la discesa verso valle.
Spesso avvistiamo rapaci che volteggiano nel cielo, ma l'incontro più
spettacolare, anche se a parecchia distanza, è quello che facciamo con un
bellissimo camoscio. Durante una pausa io e il Pigna ci facciamo
fotografare dal basso verso l'alto attaccati ad una roccia, fingendo di
essere impegnati nella scalata di una parete verticale. Il gruppo ride a
buona ragione.
La breve
sosta pranzo la facciamo presso delle bergerie diroccate, elette a zona di
ricovero dalle vacche che pascolano su questi crinali. C'è merda ovunque,
ma nel caso dovesse caderci il cielo addosso almeno potremmo trovare
subito riparo.
Nel
pomeriggio il tempo cambia ancora: tuoni poderosi e lampi abbaglianti ci
inseguono per lunghi tratti e solo per fortuna riusciamo ad evitare che la
bufera si avventi su di noi. Poi d'improvviso Maurizio urla: "Eccolo,
lo vedete? Laggiù?". Il gruppo si ferma e, voltandosi nella
direzione indicata dalla nostra guida, si trova davanti allo spettacolo
del Monviso, solitario e maestoso, avvolto in basso dalle nubi, ma ben
visibile nella sua parte superiore a forma di cuneo rovesciato. E' una
visione da sogno, quasi dantesca: le nuvole e la nebbia cominciano a
ricoprire tutto, ci avvolgono con quel profumo di umidità spessa e greve
e tutto scolora in una indefinita tonalità di grigio che ci smarrisce.
Non c'è tempo da perdere: si scende a gran ritmo.
Man mano
che scendiamo la vegetazione si infittisce e quando cominciano a comparire
le prime conifere la meta non è più molto lontana. Nel primo pomeriggio
raggiungiamo Villanova (1.223). La stanchezza si fa sentire, ma la nostra
destinazione è 5 km. più a valle. Dobbiamo raggiungere Bobbio Pellice.
Maurizio non si perde d'animo ed aiutato da Alessandro riesce a spuntare
un passaggio in auto per ognuno di noi: fantastico.
Dopo una
breve sosta presso un bar, Maurizio insiste per portarci a vedere il
monumento a Sabaud. Nessuno ne ha voglia, ma ci dispiace deludere la
nostra guida. Passiamo davanti ad una costruzione a forma di tempio e ne
restiamo ammirati pensando di aver raggiunto l'obiettivo. In realtà non
siamo che di fronte una struttura dell'acquedotto comunale. L'obelisco si
trova in cima ad una lunghissima salita che si sviluppa all'interno di un
bosco intricato pieno di piante d'ortica. Andiamo su a forza di sbuffi e
lamenti. Quando lo raggiungiamo non abbiamo che la forza di buttarci ai
piedi del monumento giusto per il tempo di una foto.
E' forse la visita culturale più veloce mai fatta al mondo: in
breve siamo già nella piazza di Bobbio.
Mentre
ci prepariamo per raggiungere il nostro posto tappa, il Pigna si avvicina
ed indicandomi un gracile ed indifeso vecchino che vende del miele, mi
spara un'altra delle sue goliardate: "dai, alleggeriamo de il miele
quel rintronato!". La frase è di una cattiveria talmente esagerata
da risultare altamente comica: non mi trattengo ed infatti mi butto via
dal ridere.
Durante
l'ultima camminata per raggiungere la scuola rurale che ci ospiterà
questa notte incrociamo delle persone che ci guardano incuriosite: un
gruppo così numeroso e affardellato non lo si è mai visto da queste
parti. Maurizio dice: "dai, parlate in tedesco così s'incazzano!".
Al che io dò subito fondo a tutte le mie conoscenze della lingua
teutenica: "Keine gegenstaend aus dem fenster werfen!".
Alessandro da Rovereto scoppia subito a ridere perchè, conoscendo il
tedesco, si è reso conto che la mia frase è quella classica che si legge
sui treni e significa "non buttare alcun oggetto dal
finestrino". Nel frattempo alle nostre spalle si sente nitidamente:
"crucchi del ca..o!".
Il
pomeriggio trascorre nella quiete del giardino della scuola: la stanchezza
ci induce ancor più a rallentare i ritmi. Per fare la doccia tutti
passano più di due ore. Elettra batte ogni record e quando qualcuno dice:
"sì, ma andate a chiamarla: non starà mica male?". Alessandro
replica prontamente: "no, ma che chiamarla? Elettra ha sempre avuto i
suoi tempi! Lasciatela fare, sennò si agita e ci mette de più!".
Poco prima di cena vediamo Piero e Renato che armeggiano con una branda
nell'intento di spostarla nel caseggiato adiacente alla scuola. Il Pigna
commenta la scena: "ma povero Piero, i che ti fanno fare? Do tu la
porti sta branda?". "Madonna se la pesa sta materassa - risponde
Piero - un c'è verso di sollevarla. L'è Renato che vole dormire da
solo!". Quando alla fine stiamo per uscire il Pigna si accorge
dell'accaduto: "indò l'è il mi letto? Dai ragazzi, un fate i
grulli!". Renato capisce subito di aver fatto una stronzata:
"quale letto? Ma che era il tuo? Non c'era su mica niente,
sai?". "Oh Renato - risponde Pigna - ma che m'hai fregato il
letto? Maremma cane, un ti poi distrarre un secondo che ti portan via
tutto!". Fortunatamente in un cantuccio è rimasta una piccola
brandina. Certo per le dimensioni del Pigna è piuttosto piccina, ma in
fondo domani si torna a casa: è l'ultimo sacrificio. Chiudendo la porta
della scuola leggo il regolamento affisso. Tra le altre indicazioni c'è
n'è una piuttosto bizzarra: "non utilizzare i materassi". Mi
confronto con i compagni e non trovando una ragione a tale divieto ne
inventiamo una plausibile e l'aggiungiamo a penna: "....che ce sò li
bacherozzi!".
E'
l'ultima cena che facciamo insieme: Maurizio è insolitamente silenzioso.
Forse sta già pensando al prossimo impegno che l'attende in Val Maira o
forse è un po' triste al pensiero di lasciarci. In ogni caso è tutto il
gruppo che respira un po' di malinconia. Per fortuna a cavarci dagli
impicci ci pensa ancora il Pigna dando sfogo ai suoi ricordi della Firenze
fine anni '70 ed al cinema "Universale" in particolare, luogo in
cui più che per vedere film ci si ritrovava per fare baldoria. Un esempio
per tutti: lo scopo di ogni spettatore era quello di pronunciare la frase
di commento più brillante alle scene della pellicola, di modo tale da
riscuotere l'applauso a scena aperta da parte di tutta la platea.
Al
mattino ci si sveglia sul presto: dobbiamo prendere il pullman delle 8.30.
In pochi minuti di strada raggiungiamo l'ultima tappa del nostro viaggio,
Torre Pellice. Questi è un paesino di poco più di 4 mila abitanti ed è
considerato il principale centro del valdismo in Italia. Qui avvenne il
famoso giuramento del 1689 in cui le comunità valdesi si impegnarono a
mantenere "l'unione e l'ordine fino all'ultima goccia del nostro
sangue". Dopo un breve giro turistico ed una rapida visita alla
libreria claudiana, ci incontriamo con un ragazzotto del posto che ci
farà da Cicerone sia per il tempio che per il museo valdese. La sua
preparazione e la sua capacità espositiva saranno molto apprezzate dal
gruppo, tanto che durante tutta la durata della visita si conteranno solo
tre sbadigli. Un vero record. Il Pigna, Elettra ed io, in uno dei rari
momenti di stanca del giro culturale ci concediamo alcune foto buffe con i
personaggi rappresentati nel museo: la più significativa accanto ad un
osceno pupazzo marrone, tutto intabarrato (senza n'è occhi, n'è bocca,
n'è naso: senza niente insomma) che dovrebbe rappresentare un amanuense.
Boh!
Diego e
David hanno lasciato il loro zaino sulle scale del museo. Hanno deciso di
partire subito. Il Pigna uscendo qualche istante prima corre a nasconderne
uno. Quando David si accorge che manca il suo comincia a urlacchiare:
"oh ragazzi, un facciamo scherzi! C'ho furia: fuori lo zaino. Veloci,
un mi fate ingrullire!". Vedendo l'agitazione del nostro compagno lo
scherzo finisce subito con qualche risata.
Lasciati
i nostri due compagni, decidiamo di mangiare un boccone velocemente. Prima
di dirigerci anche noi verso la stazione però ci sediamo ai tavolini di
un bar per un ultimo caffè tutti insieme. Nell'attesa Alessandro e
Roberta si recano in un'enoteca poco distante e comprano una bottiglia di
Bernard Serpoul per la nostra guida. La consegna del dono è una sorta di
ringraziamento collettivo per tutto ciò che Maurizio ha fatto per noi,
sia come professionista che come uomo. E' un momento commovente che tira
un po' le fila di questo bel viaggio. Come sempre a trarci d'impaccio
arriva il Pigna: "caro Maurizio, la si è firmata, non tanto perchè
tu ti ricordi di noi, quanto perchè sennò tu te la rivendi!".
E'
giunta l'ora di congedarsi da Maurizio ed Alessandro da Rovereto che hanno
entrambi l'auto qui. I saluti sono calorosi, ma rapidi: tra breve
giungerà il treno che porterà noialtri a Torino. Il Pigna, che si è
attardato, tira l'ultima stoccata a Maurizio fingendo un saluto
estremamente distaccato: "si, ciao Maurizio. Ci si vede!" e si
incammina quasi correndo verso la stazione. Con una risata, torna indietro
e lo abbraccia fraternamente, dandogli appuntamento al prossimo trekking.
In quell'abbraccio c'è forse tutta l'essenza di questa bella avventura.
Giunti a
Torino ci si saluta nella confusione della stazione ed ognuno segue la via
del proprio ritorno. Il Pigna ed io ci prendiamo ancora un po' di tempo.
Così come per l'andata ci rechiamo ad un bar in corso Roma e ci gustiamo
una bella birra ghiacciata. Siamo entrambi soddisfatti di questo viaggio,
soprattutto perchè ha mantenuto le nostre aspettative. Le ultime
considerazioni del mio amico sono rivolte al futuro, a come cambierà la
vita con l'arrivo di Viola, la sua bimba che nascerà a gennaio. Per un
momento il Pigna diventa serio, silenzioso. Chissà quali pensieri si
affastellano nella sua testa. Un attimo dopo però
i lineamenti del suo volto si sciolgono in un sorriso di felicità.
Ed io sono felice con lui.
Alla
prossima
Luigi d'Ausilio
(Yanez Novelli Cioni
da Lamporecchio)
A tutti
coloro che sono arrivati a leggere fino in fondo questo racconto va il mio
personalissimo ringraziamento. Spero di non avervi tediato troppo.
I fatti
raccontati in questo scritto sono realmente accaduti tra il 09 e il 16
agosto 2008. Non nascondo che qualche episodio è stato leggermente
alterato per renderlo più ridicolo di quanto già non fosse. Ma nella
sostanza tutto quanto scritto può definirsi più vero che verosimile.
Appprofondimenti
Commenti
Da
anni il mio 8 per mille è alla chiesa valdese, un po' di pubblicità non
guasta in questo caso. ;)))
Bello
il racconto ... ( non me lo avevate detto che mi chiamavate cignale, nel
trekking di due anni fa ero "il cinghio." .. corsi e ricorsi
storici) e belle le foto ... brava Eletrica. Fra un paio di settimane qui
inizia l'Octoberfest. Ma non posso ospitarvi tutti .. però ho un amico
che a Bressanone che ha una casa grande..un maso. Volendo si potrebbe
organizzare un long weekend. Bottanico mi manchi ! Ho comprato il libro di
Rigoni Stern... ma lo ho già imprestato... Un abbraccio vs cinghiale
ma
in effetti manco io lo sapevo di questo soprannome...l'ho appreso dal
fantastico diario di bordo del dott. yanez...come molte altre cose
d'altronde. come il fatto che il lago verde abbia cambiato nome in lago
azzurro per esempio :)
Ne
parlavo con Alessandro sul treno. Di ritorno da questi viaggi mi scontro
sistematicamente con l'incapacità di comunicare a chi non c'era la
bellezza di quello che ho vissuto. Mi limito ad un laconico "bei
posti, bel gruppo" convinta che il resto sia troppo difficile da
spiegare o troppo difficile da capire... e forse lo è veramente. Già è
difficile convincere l'ascoltatore medio che d'estate non esistono solo
mare e racchettoni, che si può andare a letto presto, svegliarsi all'alba
e divertirsi comunque, che camminare non sottrae tempo al tempo ma lo
arricchisce, che non è necessario vedere mille posti ma ne basta uno solo
visitato con dei ritmi più umani, che un gruppo di sconosciuti ti può
arricchire molto più della solita compagnia... Già (dicevo) è difficile
spiegare tutto questo, figuriamoci impelagarsi nel groviglio delle
emozioni! Io credo che il segreto di questi viaggi sia nella leggerezza
del bagaglio che ti porti dietro ... e non mi riferisco ai chili fisici
che ti carichi sulle spalle (tutt'altro che leggeri) ma alla leggerezza
intesa come semplicità. Di punto in bianco non hai più nulla... non solo
cose scontate tipo casa, macchina, lavoro e impegni... ma non hai più gli
affetti soliti, governati da dinamiche già note, non hai più bisogno di
vestiti puliti o di sapere che ore sono, non hai i tuoi spazi e non ne
senti il bisogno (a parte quando diventi un tassello del tetris in un buco
di stanza :)), non hai mai fretta, non c'è rumore, folla, stress, parole
inutili o chiacchiere forzate, non c'è noia, non ti serve nulla, compreso
il solito libro che mi ostino a portarmi dietro ogni volta, non devi
prendere decisioni, non ci sono cose che Devi fare, a parte seguire un
sentiero... Nell'assenza di tutto ciò che è superfluo esce fuori
l'essenziale... che non riesco a descrivere a parole ma che so di
riconoscere quando lo incontro. Lo ritrovo in quello che mi lascia...
ricordi solo apparentemente insignificanti che riemergono all'improvviso,
deviano lo sguardo verso un punto indefinito, strappano un malinconico
sorriso e alleggeriscono il cuore come una boccata di aria fresca...
a
proposito Yanez, il libro che hai pubblicato come si chiama? elettra
si
chiama Santiago Express e se ti interessa puoi acquistarlo direttamente
Ciao
a tutti, la mattina del 17 agosto mi ha fatto un certo effetto alzarmi da
solo senza le vostri voci allegre, i commenti sui russatori notturni, il
rumore delle cerniere degli zaini che si aprivano e chiudevano per la
partenza imminente verso un'altra tappa del nostro percorso, così come la
sera prima di addormentarmi mi veniva spontaneo chiedermi: "ma qui
mancano le letture valdesi di Maurizio!" In generale condivido le
impressioni di Elettra: è difficile spiegare agli altri le sensazioni di
viaggi del genere. Pensate che diverse persone più o meno bonariamente mi
hanno dato davvero del "grullo", dicendomi ma chi te lo fa fare
e salutandomi come se andassi a compiere chissà quale impresa, senza
riuscire però a recepire che per me queste sono le esperienze più
significative e non viaggi anche in posti esotici magari bellissimi ma in
tristi villaggi vacanze, come fanno in tanti. Per me i momenti più ricchi
di soddisfazione sono stati l'arrivo al Lago Verde e l'arrivo al passo il
terzo giorno poco prima che si scatenasse la bufera, soprattutto per
averli conquistati passo dopo passo e tornante dopo tornante! Spero di
rivedervi presto! Un abbraccio, David PS: le mie foto non sono un granchè,
e sono soprattutto ai paesaggi, però se volete ve ne mando qualcuna.
il
pistonibox è molto bello e poi le foto di nudo ti fanno venire voglia di
... almeno imparare a fotografare; secondo me anche il pigna dovrebbe
avere il suo sito... chessò : "la gerla di pigne." (gerla a
siena vuol dire sacco per la semina) un pensiero al giorno, una battuta un
aneddoto.. per funzionerebbe un sacco.. secondo me funzionerebbe anche una
sua biografia... yanez pensaci ! ... " Quaderno di Pigna"
io
comunque mi aspetto un commento sul viaggio anche dalla nostra guida. il
barbagallo non può cavarsela così. se n'è andato con l'altro gruppo
come se nulla fosse, ve lo ricordate? ha preso baracca e burattini ed ha
accompagnato un gruppo di perfetti sconosciuti il giorno dopo averci
lasciati! vi rendete conto? nemmeno ha aspettato il tempo canonico di due
settimane. indecente. noi gli volevamo bene...gli avevamo anche regalato
il liquore e scommetto che gli altri non gli avranno regalato nulla! ale
Eccomi!
Alessandro non essere geloso, come posso dimenticarmi di Voi. Abbiamo
camminato insieme una settimana per valli e passi che sono molto
importanti per me perchè sono i luoghi dove ho iniziato ad andare in
montagna molti anni fa. Vi RINGRAZIO perchè vi siete tutti adattati agli
imprevisti e alle sistemazioni spartane che sono inevitabili la prima
volta che si fa un viaggio nuovo. Davvero un bel gruppo (da 4 orme come
direbbe qualcuno). Mi restano i ricordi delle battute dei soliti
buontemponi e il racconto di Yanez (e sono contento che la rivista
Itinerari e Luoghi di questo mese ne recensisce il libro) ma anche gli
insegnamenti di Luca il botanico, un vero appassionato e poi i piccoli
regali che mi avete fatto ogni giorno tutti Voi con il Vostro interesse e
la curiosità sulla storia e la cultura delle Valli, i sorrisi anche nei
tratti più faticosi, la frutta secca, un sacchetto di stoffa, la
bottiglia di liquore..
la FIDUCIA Grazie
anche a Riccardo Carnovalini che ha percorso il Glorioso Rimpatrio e ha
scritto la preziosa guida. Un grazie particolare a Luca, Claudio e Maria
Grazia di Bibiana e Pinerolo (soci Boscaglia che avevano fatto l'Alta Via
1 con me a Luglio) che ci hanno accompagnato nel pomeriggio più
"umido". CIAO
venerdì
e sabato sono andata a fare il giro del sasso piatto e del sasso lungo con
delle amiche. andare in montagna fa sempre tirare il fiato! il giro era da
1 orma scarsa, anche perché abbiamo portato le bambine. mi sono piaciuti
i posti, il panorama, il rifugio sasso piatto: un rifugio privato (per la
gioia di Maurizio!) confortevole e con ottima cucina. Come sempre
mozzafiato i tramonti sulle dolomiti, ma nel glorioso rimpatrio dove erano
i tramonti? io non me ne ricordo uno! La cosa forse che mi ha dato più
fastidio è la folla che si trova su quei sentieri (ormai strade) che
offusca un po' le sensazioni di cui parlava Elettra. Così ho apprezzato
ancora di più il glorioso rimpatrio! caterina
“Certo,
se l’epica marcia dei valdesi si fosse svolta in America, sarebbe stata
un ottimo soggetto per un film hollywoodiano, con il
georgeclooney-bradpitt di turno nei panni dell’eroe. Invece siamo in
Italia, questo pezzo di storia è quasi sconosciuto ai più, e su un
sentiero storico come questo capita di incontrare svariati stranieri, ma
pochissimi (eufemismo...) italiani, a parte un manipolo di grulli targati
Boscaglia. Forse è meglio così, piuttosto che vedere il sentiero
intasato da file di marciatori con in tasca l’ultimo bestseller, ma
vengono molti dubbi sulle capacità italiche di valorizzare i nostri
sentieri.” Pensieri in libertà di domenica 17, durante il forzato
reinserimento nel mondo civile post - trekking. Disfa lo zaino, metti in
lavatrice gli olezzanti panni sporchi (aarghh..), scarica le foto, fai il
riassunto finale delle specie viste (per la cronaca quasi 400). Cerchi di
riconnetterti con il mondo, vai in edicola per il giornale. La mia
edicolante ha già lanciato la card a scalare per il quotidiano (VERO!!).
Allora è contagioso !! Non resta che tornare sulle montagne... Scherzi a
parte, ho scaricato le foto (niente a che vedere con il megaservizio di
Elettra, degno del National Geographic), e in futuro magari vi manderò
qualcosa, tenendo presente dei miei tempi biblici. Per Elettra: belle foto
e un notevole “occhio” nel costruire l’immagine e giocare con la
luce (si vede che sei del mestiere). Unica nota a margine: per leggere i
commenti (in font piccolo e in nero su fondo scuro) ho dovuto incollarmi
letteralmente allo schermo e non era un bello spettacolo...
Per
Elettra, David, e tutti gli altri... Già, perché lo facciamo ? Cosa ci
spinge ogni estate a caricarci la schiena di sotto diversi chili di zaino
e scarpinare su e giù per le montagne, sudando sotto il sole e lavandoci
sotto la pioggia? Siamo proprio così grulli ? Non era meglio andare a
Rimini ? Si potrebbe aprire un dibattito lungo molte pagine, ma forse, per
quello che mi riguarda, la risposta è composta di tanti pezzi, come un
puzzle: la fuga veloce del camoscio sul costone, l’ancheggiare della
salamandra sull’erba bagnata di pioggia, le macchie di colore delle
fioriture sulla nuda roccia, la corsa delle nuvole nel cielo sopra la tua
testa. Ma anche le battute e le cazzate scambiate sul prato durante una
sosta, il birrino bevuto in compagnia dopo la marcia, le cronache di Yanez
e la lettura serale di Maurizio su coloro che hanno percorso la strada
prima di noi. Vedere perfetti sconosciuti trasformarsi, giorno dopo
giorno, in compagni di viaggio, di avventure (e di sventure), condividendo
spazi angusti, punti di vista e spicchi di realtà. E alla fine di tutto,
il desiderio di vedere cosa c’è dopo il prossimo tornante, oppure oltre
quella cima. Incastri tutti i pezzi, mescoli bene e il puzzle del glorioso
rimpatrio (da esporre nel museo valdese o nella stanza dei propri ricordi)
è pronto. Ognuno ha portato il suo pezzetto, e per questo vi dico grazie
di cuore, con la speranza di rivederci su qualche sentiero. Un abbraccio
– Luca.
Caro
Luca, riguardo al piccolo font nero su sfondo marrone hai perfettamente
ragione... E' un'esigenza puramente estetica e per nulla funzionale...
chiedo perdono! E' anche vero che per quello che ci scrivo non vale la
pena rovinarsi tanto la vista... conviene scorrere le foto e non far caso
ai commenti!
Condivido tutti i pezzi del tuo puzzle, fatta eccezione per "vedere
cosa c’è dopo il prossimo tornante, oppure oltre quella cima"...
Nel mio caso, vista la scarsa forma fisica, il mio interesse era
proiettato più sul "prossimo panino" o la "prossima
pausa" :)
un
pò di link con dei brevi video-ricordi:
http://it.youtube.com/watch?v=KS2cuVjZpM0, http://it.youtube.com/watch?v=G9kirgAMKOQ,
http://it.youtube.com/watch?v=zQpUJ-OXKs8, http://it.youtube.com/watch?v=8sjmatKmJeA,
http://it.youtube.com/watch?v=bz-jQnQAzqk, http://it.youtube.com/watch?v=7uWNkVNHCCg
Eccomi
anch'io!! E' che sono arrivata un po' lunga con le ferie... sono rientrata
al lavoro soltanto ieri e siccome la mia fonte di connessione in rete è
solo l'ufficio..... Le lunghe ferie hanno permesso alle mie ginocchia di
ristabilirsi completamente (o quasi..), anzi colgo l'occasione per
ringraziare ancora sia quelli a cui ho letteralmente "mollato il
pacco" sia chi mi ha soccorso con medicazioni e medicinali vari che
mi hanno permesso di completare agevolmente il trekking. Beh è stata
proprio una settimana rigenerante, se non per il corpo (il mio)
sicuramente per la mente come Elettra ha ben spiegato nel post (.. e
complimenti per le foto! davvero belle!!). Grazie a tutti per la
spensierata compagnia! Abbaci! robi
nella
passeggiata che ho fatto al sasso piatto ho incontrato pini cembri (così
li chiamava il libro), una domanda per Luca: noi cosa inconravamo pini
montani? alpestri? so che me lo hai già detto ma non me lo ricordo più.
Ovviamente complimenti a Elettra per le foto: Maurizio ha trovato anche
una nuona foto del catalogo!
Ciao,
concordo con Luca, credo che sia un insieme di cose a spingerci a fare
queste scarpinate (anzi, "sgropponate", tanto per rimanere in
tema ed usare un termine vernacolare delle mie parti), quella che però
per me prevale è la soddisfazione di raggiungere un determinato passo, un
certo rifugio, poter godere di un bel panorama e sentirsi al tempo stesso
in pace con il mondo. Pensavo proprio a queste sensazione alcuni giorni fa
mentre partecipavo ad una gara podistica di
12 km
qui a Siena, con saliscendi continui e salite mostruose, eppure nonostante
tutta la stanchezza accumulata, arrivato al traguardo ero raggiante per il
solo fatto di avercela fatta, goccia di sudore dopo goccia di sudore. A
presto, david
Grazie
a tutti/e per i complimenti!
La sparo.. Erano forse pini silvestri?
Amici
carissimi, Accidenti quanti commenti. E' davvero bello leggere le vostre
impressioni sul nostro "viaggetto". Ma lo sapete che dopo
l'impresa me ne sono andato a Riccione a "disintossicarmi" e a
rientrare nella mia dimensione. Sorpresa: non era più la mia! Troppo
caos....troppe "distrazioni".....troppi ricordi freschi di voi
tutti...! Spero di rivedervi al più presto. P.S. E' stoto davvero bello
conoscervi. P.P.S. Un grazie al cubo a coloro che hanno deciso di dare
fiducia alla mia pubblicazione. Yanez
Caterina!
grazie anche a te per gli opercoli di arnica per rimpinguare il pronto
soccorso. Forunatamente non li ho ancora usati. Abbiamo incontrato pini
cembri (quelli con 5 aghi per fascetto) salendo il secondo giorno all'Assietta
nel bosco misto di larici e pini silvestri. Forse qualcuno se ne ricorda.
Eravamo nell'area protetta del Gran Bosco di Salbertrand famosa
soprattutto per la presenza dei
700 ettari
di abete bianco e abete rosso che abbiamo visto soprattutto il primo
giorno. http://www.parks.it/parco.gran.bosco.salbertrand/par.html
Il
boTTanico risponde: Confermo quanto anticipato da Elettra e Maurizio.
Durante il trek abbiamo visto diversi tipi di pino: 1 – Pino silvestre:
è il più comune alle quote relativamente più basse, abbondante
specialmente durante la salita del primo giorno attraverso il Gran Bosco
di Salbertrand. Si riconosce facilmente per la parte superiore del tronco
e i rami di colore rosso – arancione, molto evidenti. Probabilmente
quelli più abbondanti visti da noi 2 – Pino cembro: più raro e
localizzato, cresce in genere a quote più alte del precedente. Si
riconosce perché è l’unico pino italiano con gli aghi riuniti a gruppi
di cinque (tutte le altre specie indigene hanno aghi riuniti a gruppi di
due). Questo particolare lo fece vedere anche Maurizio approfittando di
una pausa durante una delle tante salite nel bosco (mi sembra il secondo
giorno verso l'Assietta). 3 – ci sarebbe anche il Pino mugo, ben
riconoscibile per il portamento basso e strisciante e la forma arbustiva.
E’ assai comune nelle Alpi orientali (alle Dolomiti lo avrai certamente
notato) ma raro nelle Alpi occidentali, a meno che non si tratti di
rimboschimenti non spontanei messi lì dalla forestale. Nelle Alpi
orientali è comune anche sotto forma di grappa, degno cicchetto serale al
rifugio dopo una giornata di trekking. Prosit!
Ciao
a tutti i viaggiatori "lenti"!!Con queste poche righe celebro la
penna di Yanez, che mi era già nota dai tempi di Bomarzo (ricordi?
Boscaglia 25 aprile di un paio di anni fa) ed alla sua abilità di
trasmettere emozioni e cristallizzare ricordi,volti e paesaggi... bravo e
continua così!!
ciao
a tutti mi fa piacere leggeretutti questi commenti, perchè è un pò come
continuare il viaggio. Faccio i complimenti a yanez, per il racconto,
molto simpatico e che ha saputo cogliere e sottolineare i momemti
divertenti eimportanti del viaggio e anche caraterizzare in modo spiritoso
e intelligente tutti i partecipanti. Mi sono piaciute molto anche le foto
di Elettra, che ringrazio. Insomma indefinitiva ho scritto per
sottolineare anch'io che questo viaggio mi è piaciuto molto, per i posti,
le persone e anche grazie alla regia sempre attenta ma mai invadente di
maurizio. Vi saluto e spero ci sia una occasione di reincontrarci.
Devo
dire che di questo viaggio ho apprezzato anche l'aspetto culturale, emerso
in modo naturale e genuino, lontano da noiosi percorsi
"accademici". La storia valdese è uscita fuori sfruttando altri
canali... penso alle simpatiche letture serali di Maurizio, le curiose
domande di Renato, le puntuali risposte della signora "Tremonti",
gli improvvisi incontri nella nebbia, le coinvolgenti parole della giovane
guida di Torre Pellice.
Nonostante sia atea, e spesso intollerante nei confronti della religione,
devo ammettere che quella valdese mi ha piacevolmente colpito, forse perché
sembra essere moderna, onesta, contenuta e senza manie di proselitismo.
Ormai
ebbro di "vita moderna" sento il bisogno di esprimere anch'io
qualche considerazione sul nostro meraviglio trek nelle valli Valdesi. Da
quel poco che ho potuto sapere sulla religione Valdese posso anch'io dire
che mi ha incuriosito e mi è piaciuta. Soprattutto la considerazione che
ha dello stato come entità laica (cosa che mi ha sempre corroso dentro
per il fatto che non è così) e del rispetto che ha per la vita privata
delle persone. Ho inteso in quella breve spiegazione della guida nella
sala del sinodo che il rapporto con Dio è molto intimo e personale.
Qualsiasi manifestazione umana è rispettata per quella che è e che solo
Dio può perdonare o condannare. Non certo l'uomo. Presumo comunque che
una punizione come aiuto per riprendere la rettitudine sia considerata.
(Non credo che accolgano aberrazioni umane come l'omicidio, il furto e
altre cose gravi come manifestazioni umane ) Questo è quel poco che ho
dedotto ma credo sia sufficiente per provare simpatia per questo modo di
vedere la spiritualità.
Oltre a questo arricchimento è stato interessante questo su è giù fra
l'isolamento della montagna e la ripresa di contatto con la modernità.
Cosa che succedeva quasi quotidianamente e che metteva alla prova riguardo
l'attaccamento alle nostre abitudini quotidiane. Non avevo mai fatto
trekking in questo modo e devo dire che l'esperienza ha dato un colpo di
novità al mio solito stile di viaggiare. Vorrei ripeterla, magari ancora
con qualcuno dei miei compagni che si sono dimostrati tutti molto
all'altezza della situazione. Ringrazio loro ed anche il destino che me li
ha fatti incontrare e che porterò sempre con me nei miei ricordi.
Avrei ancora molto da dire ma per il momento mi fermo qui, è probabile
che ci sia un seguito. Semplicemente, Renato.
Ciao,
a proprosito delle considerazioni espresse da Renato anche io volevo dire
che alla buona riuscita del trekking ha contribuito molto anche quest'alternanza
tra le camminate e la parte storica del viaggio. Già conoscevo un po' la
storia recente dei valdesi e in particolare il prezioso lavoro di
intercultura svolto dalla Tavola Valdese, mentre gli incontri che abbiamo
avuto mi hanno permesso di conoscere tutta la storia più antica di questa
religione. Credo che i trekking di carattere storico offrano quel qualcosa
in più che magari gli altri trekking, per quanto in luoghi altrettanto
suggestivi dal punto di vista paesaggistico e naturale, non hanno. A
presto, David
Ciao
a tutti, volevo dirvi che sull'inserto del Manifesto di sabato scorso,
> "Alias", sono state dedicate due pagine alle valli valdesi,
in particolare > alla storia di un ristoratore valdese, Walter Eynard,
e al suo ristorante > Flipot, che si trova a Torre Pellice. Aldilà
della storia politica di questo > tipo e del taglio dell'articolo dato
dal Manifesto (che magari non tutti > condividerete), mi è sembrato
interessante il racconto della storia valdese > (ci sono anche foto del
museo valdese) e di alcune sue particolarità, ad > esempio l'impegno
del sinodo della chiesa valdese in campo sociale, di cui > ci aveva già
parlato il ragazzo che ci aveva fatto da guida durante la > nostra
ultima giornata a Torre pellice parlandoci dei progetti della tavola >
valdese con Libera ed Emergency. > Ciao a tutti, David
Ciao
a tutti. Sembra che a parecchi di noi interessi molto le notizie che si
hanno riguardo la religione Valdese. Io compreso faccio ogni tanto qualche
ricerca su internet ed oggi cercando "Religione Valdese" ho
trovato, oltre alla storia ed i vari simbolismi della liturgia con
relative differenze con quella cattolica, anche la dottrina. (Che è la
cosa che m'interessa di più)
Riporto semplicemente ciò che ho trovato scritto:
"La povertà, il ritorno alla semplicità della prima comunità
cristiana, il rapporto diretto e immediato con Dio senza bisogno di
mediazioni, la centralità della parola di Dio, unico e solo riferimento
per il credente, sono stati da sempre i cardini della dottrina del
Valdismo"
Sulla base di questa dottrina si sviluppa praticamente la vita del
valdese. Chi si discosta da questo non si può certo classificare Valdese.
Del resto anche chi si discosta dalla dottrina di qualsiasi credo non può
classificarsi come parte di questa dottrina. Considerazione del giorno: La
chiesa cattolica da molti secoli si discosta dall'insegnamento di Cristo e
di conseguenza non è da classificare come portavoce di Cristo. Il
problema che opera nel suo nome indebitamente. Ugual problema è che la
gente non se ne accorge per ignoranza e per plagio subito. Un solo
riferimento vorrei dare: Cristo ha insegnato l'amore incondizionato e se
qualcuno di noi ascoltasse attentamente il discorsi quasi quotidiani del
rappresentante della chiesa, di amore incondizionato si parla poco o
niente. Si parla solo di amore di parte. Secondo la cultura Buddhista
Cristo è considerato il Bodhisattva dell'amore ed è tenuto in alta
considerazione.
A presto,
Renato
.....amici......prendete
La Repubblica
di oggi: paginonetutto dedicato alla Val Pellice e all'enclave valdese...!
Yanez
Accidenti!
dopo il Manifesto anche Repubblica; così rischiamo che anche il trekking
del Glorioso Rimpatrio diventi di Moda come Santiago e
la Francigena
e noi ricordati come i precursori. Non sarebbe male per certe realtà come
il posto tappa di Balsiglia o anche
La Miando
(che così potrebbe rinnovare il dormitorio) avere un po' più di gente. A
presto
.....eh
no caro Maurizio, il bello di questo trek è stato proprio l'aspetto
spartano delle sistemazioni: se tornasi indietro non rinuncerei mai e poi
mai alla notte trascorsa nel museo....sotto il ritratto dei due
barboni....! A presto.
Nell'eventualità
che il trek prenda piede e nell'eventualità che noi saremmo ricordati
come precursori, è probabile che vicino ai 2 barboni del museo venga
messa anche una nostra foto di gruppo. Non buttate le foto, non si sa mai.
A presto, Renato.
Il
vostro ritratto insieme al mio e a quello del valoroso Gianavello? Ma
siete impazziti? Enrico Arnaud Pastore e Colonnello
Carissimo
Arnaud, perchè non vorresti il nostro ritratto vicino al tuo? Non lo
faremmo per eclissarti ma per dare ancora più gloria alla tua immagine.
Senza di tè non avremmo avuto la possibilità di compiere la nostra
impresa ed i posteri ne sarebbero di certo impressionati. La tua memoria
perpetuerebbe nei secoli dei secoli. E una questione di marketing ed il
tuo orgoglio ne uscirebbe ancora più rafforzato. A presto, renato.
.....ma
enfatti.....sò d'accordo: vuoi mettere un bel ritratto del Pigna.....o di
Diego......con le loro belle barbette post-moderne. Non sfigurerebbero e
darebbero un tocco di modernità all'ambiente....senza modificarne
l'atmosfera: "novità nel solco della tradizione".
Novità
nel solco della tradizione. Appunto, arriveresti prima del Papa che stà
facendo invece il percorso a ritroso. Poi, sai la convenienza; Sai quanti
8 per mille avresti a scapito dei cattolici? sarebbe per tè una nuova
battaglia per dimostrare ancora, dopo tanti decenni, la tua superiorità.
Pensaci.
Forse
avete ragione voi. Comunque per sincerarmi del vostro valore e per
conoscervi meglio andrò a Roma martedì 14 ottobre (ovviamente in
incognito) per la presentazione del libro del vostro scrittore, quel tale
Yanez anche se non ricordo bene dove verrà fatta questa presentazione.. a
presto.
Incontro a Bomarzo
06/06/2008
9.19.41
Innanzi
tutto un saluto ai partecipanti : Ilaria, Cristina, Raffaela, Elisabetta,
Daniela,Adele, Marisa, Pasquale e Brunella, Samuele e Laura. Quattro
giorni sono pochi e comunque in 4 giorni di cose ne sono successe
parecchie! Spero di rivedervi presto.
Volevo raccontare di un incontro che abbiamo avuto durante il viaggio. Il
primo contatto nella splendida faggeta sulla sommità del Monte Cimino:
una signora molto distinta non più giovane ma di età indefinibile,
dall’accento tedesco mi chiede informazioni sui sentieri. Due giorni
dopo nel “Parco dei Mostri” la incontriamo nuovamente, sembra
incuriosita dal nostro tentativo di interpretazione Alchemica. Nel
pomeriggio mentre ci stiamo dirigendo verso San Nicolao rieccola, torna
indietro non essendo riuscita a individuare il sentiero. La invito ad
unirsi a noi e in breve raggiungiamo il primo dei così detti Sassi del
Predicatore, è entusiasta delle “scoperte”, non capisce come mai gli
enti locali se ne interessino così poco, io a differenza di lei penso che
sia quasi un bene. Rispetto ad un anno fa ho dato una qualche ritoccata
alle strutture dove siamo ospiti e all’itinerario, ho cercato di entrare
più in sintonia con i luoghi come mi ha consigliato Pietrusco (vedi blog
Bomarzo 2007) . Abbiamo azzeccato una trattoria a Bomarzo e anche le
persone mi sono sembrate più gentili e disponibili.
Qualche cambiamento si nota anche da parte degli interventi degli enti
pubblici, addirittura un’aula verde nella faggeta del Cimino! (un po’
troppi cartelli ) Ma torniamo alla misteriosa signora. A ciascuno di noi
racconta qualcosa di se: a qualcuno dice di essere di Strasburgo, qualcun
altro viene a sapere che vive a Roma, dice di essere una storica
dell’arte. Sulla strada del ritorno si distrae e non ricorda dove ha
lasciato l’auto, dopo
2 km
se ne rende conto, intanto inizia a piovere, il gruppo arriva al B&B e
io la riaccompagno alla macchina. Scopro che è una Fiat Panda Young 900
uguale alla mia, lei ne è entusiasta : ha girato
la Turchia
, il Marocco,
la Siria
, il Sahara con il Pandino : è eccezionale , se ci sono problemi
meccanici in qualunque parte del mondo la possono aggiustare, i ricambi
costano poco.. mi racconta che la pompa della benzina si può bloccare
quando fuori ci sono 50 gradi ma poi riprende a funzionare… Siamo
perfettamente d’accordo le racconto, dei
300.000 Km
fatti con la mia.
Ma le sorprese non finiscono qui: quando le chiedo dove è alloggiata mi
dice che se non trova dove dormire nel bagagliaio ha tenda e fornellino ..
sul sedile accanto al guidatore una scatola con libri, pigne, foglie,
fiori.. Una perfetta viaggiatrice di fine 1800. E’ attirata da nostro
modo di viaggiare a piedi e così le faccio vedere il catalogo 2008 di
Boscaglia. Lo studia con attenzione vuole qualcosa di impegnativo e
veramente selvaggio… dopo un attento esame ha scelto un bel 4 orme con
Luca Gianotti: Corsica Nord in Libertà . Ci diamo appuntamento per la
mattina di domenica per venire con noi a vedere le misteriose rovine di
Santa Cecilia. Domenica non si fa vedere. Non sappiamo nemmeno il suo
nome. Chissà se la rivedremo in Corsica, comunque la stoffa della
viaggiatrice Boscaglia sembra ci sia tutta.
Maurizio Barbagallo
Commenti
Finalmente
ci siamo anche noi! Da quella sera che vagando in rete ho conosciuto
La Boscaglia
e pensavo...mmm...farà per me?...ora sono qui a condividere l'esperienza
con voi!bei giorni e bel cammino... Tutta la mia stima va alla viandante
solitaria, che mette in pratica quello che credo sia nascosto nel cuore di
tutti noi...partire per un pò, da soli, portare solo l'essenziale...perchè
quello che conta è il cammino, il paesaggio, i profumi e le persone che
incontriamo sul cammino...vivere senza le ore e i giorni ma solo con il
tempo dell'anima... Un saluto a tutti! ...Maurizio, una sola elle...Raffaela!
Ma sei troppo simpatico per arrabbiarmi!;-)
E'
stata la mia prima esperienza di trekking diverso da quello
"casereccio" che pratico dalle mie parti (colline romagnole..a
Forl' e dintorni..). Sono stata veramente bene, mi sono divertita molto
per i seguenti motivi: - il gruppo (formato in maggioranza da donne) si è
amalgamato subito e con un livello di collaborazione, simpatia, tolleranza
reciproca veramente notevole: - la guida (Maurizio) è stato molto bravo a
condurci, non solo nelle "strade" che abbiamo percorso, ma anche
nella capacità di aiutarci ulteriormente a stare insieme, vivere
l'esperienza nello spirito del camminare specifico di Boscaglia,
apprezzare ogni momento della giornata; - i luoghi si sono rivelati
stupendi (sembrava di essere costantemente protagonisti di quadri alla
Renoir (prati fioriti, boschi verdi, grotte, boschi...paesi molto
pittoreschi e quasi senza pioggia...A Forlì negli stessi giorni ha
imperversato pioggia a go go!!) Il tempo è volato ogni giorno; - la
signora straniera che abbiamo incontrato con me ha scambiato solo alcune
parole (mi ha chiesto se veramente i "bastoincini" che avevamo
aiutavano nelle camminate....ho risposto certamente di sì..) La signora
mi ha fatto un pò d'invidia.Pur non essendo più giovane gironzolava per
boschi isolati sola, senza alcun timore e godendo di ogni piccola cosa
(che incontrava, che raccoglieva...la nostra compagnia alla quale si è
subito aggregata...)Ho pensato che questo tipo di autonomia in poche donne
italiane si riscontra...E' un obiettivi da porsi. - gli agriturismo sono
stati di mio gradimento cone pure i cibi che abbiamo mangiato. L'episodio
della "zecca" che fin dal primo giorno ha pensato bene di
"baciare" la nostra dottoressa Neurologa si è risolto
brillantemente...io ci ho visto anche dei lati divertenti (forse perchè
non ha punto me!). Nel prossimo trekking che sceglierà spero di rivedere
qualcuno del nostro gruppo. Ciao Adele.
Qui
Pietrusco, bene,bene, vedo che
la Tuscia
ha colpito ancora. Vedo che anche Maurizio si sta avvicinando con lo
spirito giusto ai luoghi giusti. Chissà magari ci incontreremo lungo
qualche sentiero. Un caro saluto ai viandanti ed alle viandantesse.
Nizza-San Remo 2008: i fiori e i profumi
07/05/2008
17.24.51
30 marzo - 5 aprile 2008
Capita che alcuni soci Boscaglia siano anche bravi fotografi.
Nel Nizza Sanremo che si è svolto quasi un mese fà c’erano Maurizio
Rossi da Prato e Paul Veugelen dal Belgio.
Le foto di Maurizio si possono vedere cliccando
qui
Le foto di Paul cliccando
qui
e sul suo sito dove ci sono anche tantissime
foto dei suoi numerosi trekking.
Maurizio Rossi ha documentato anche magnificamente il Giro
del Monte Bianco 2007 da guardare per chi volesse partecipare
al viaggio 2008.
Maurizio Barbagallo
Approfondimenti
Commenti
Sono
orgogliosa di poter dire: io c'ero. E' stato uno di quei viaggi in cui si
crea quella combinazione leggera e felice di partecipanti interessanti e
simpatici, guida in gamba, bell'itinerario, vario, fatto tutto a piedi,
cielo azzurro, fiori, aria frizzante, sole, colori,gioia, sana stanchezza,
vita. Ringrazio la guida e gli altri camminatori, che hanno reso questa
settimana così piacevole. Anche il tempo, che ci ha voluto tanto bene.
Quei bei sonnellini sotto gli ulivi, sui prati pieni di fiori, dopo aver
condiviso con gli altri il pasto sulla tovaglia azzurra, col sole che
scalda la pelle ed il vento che l'accarezza me li ricordo con tenerezza
ogni frenetico giorno della vita "normale": è la boccata d'aria
fresca che mi aiuta ad affrontare le mille incombenze quotidiane!
Valle
Maira 2011
Valli
ancora abbastanza integre, piccoli borghi ormai (e ancora) abbandonati,
ricchezza di cultura e storia e affascinanti strani mestieri. Maurizio è
davvero addentro alle cose e conoscitore delle persone di quei luoghi. Sa
come si tiene un gruppo. Sa gestire i partecipanti che possono dargli una
mano. È un trek che richiede allenamento nei partecipanti, altrimenti le
tre/quattro tappe con forti dislivelli, anche se senza nessuna difficoltà
tecnica, finiscono per frazionare il gruppo lasciando indietro i più/troppo
lenti e/o insoddisfatti i più allenati/veloci. Per fortuna in questo
gruppo l’ottima qualità “fisica” e relazionale dei partecipanti e
la “mano” della guida ha trasformato un possibile handicap in un
vantaggio. Sono molto contento di aver incontrato le persone che
c’erano.
Antonio
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