viaggi a piedi nella Natura



 

 

 

Home >> Dove siamo

Rientrati da Persignano sulla strada provinciale, si prosegue per un chilometro e mezzo in direzione di Certignano e poi si volta ancora a sinistra per raggiungere Piantravigne. Siamo di nuovo su di uno sperone che strapiomba sulle Balze , nel territorio che anticamente segnava i confini tra i "municipi" romani di Fiesole e di Arezzo: presso Certignano si suppone infatti ci fosse la stazione di sosta denominata "ai Confini" o "alle Baracche di Cesare", lungo la strada romana.
Il Borgo di Piantravigne
Le vicende del castello medievale di Piantravigne, soggetto anch'esso ai Pazzi di Valdarno, corrono parallele a quelle del vicino borgo di Persignano; il 9 agosto 1260, pure il rettore del popolo di San Lorenzo "in Trivigni", Migliore di Tedesco, aveva promesso di fornire cinque staia di grano ai guelfi di Montalcino, ma poi i Pazzi ne avevano fatto un baluardo ghibellino e lo mantennero tale fino a che Firenze non se ne impadronì nel 1288.

Nel febbraio 1302 però, come scrisse Giovani Villani, "si rubellò a' Fiorentini il castello di Piano di Trevigno in Valdarno per Carlino de' Pazzi di Valdarno, e in quello col detto Carlino si rinchiusono de' migliori nuovi usciti ghibellini e Bianchi di Firenze, grandi e popolani, e faceano grande guerra nel Valdarno".
All'occupazione violenta di Piantravigne avevano partecipato altri membri della famiglia Pazzi, alcuni ghibellini della Penna, di Montelungo, di Renacci, della Traiana e di altre località del Valdarno (c'erano pure i fratelli Mino e Concino di Iacopo, conti della Penna nel contado aretino, forse antenati della famiglia Concini), ma anche fuoriusciti dello stesso castello.
Nel corso del processo intentato contro di loro in contumacia dal podestà di Firenze, vennero contestati i seguenti capi di accusa: "Hanno preso d'assalto Piantravigne con lance, spade e altre armi da offesa e da difesa [...].

Hanno proditoriamente tolto il castello alla giurisdizione del comune di Firenze, cui era sottoposto, facendovi entrare i Ghibellini, gli Aretini e altri suoi nemici, con grave danno e vergogna per la città, la Chiesa Romana e la Parte Guelfa [...] Lo tengono tuttora occupato e, assieme ai Ghibellini di Arezzo e di altre parti, commettono ogni giorno ruberie, omicidi e sequestri a danno di uomini e donne del contado, nuocendo non poco allo stato fiorentino e al Valdarno in particolare...".

Piantravigne
Firenze non poteva certo tollerare una tale situazione; la Signoria decise perciò di abbandonare l'assedio cui stava sottoponendo la città di Pistoia e di convogliare le truppe in Valdarno. Queste ultime - scrive ancora il Villani - "sanza soggiorno n'andarono del mese di giugno al detto castello di Piano, e a quello istettono, e assediarono per ventinove dì. A la fine per tradimento del sopradetto Carlino e per moneta che n'ebbe i Fiorentini ebbono il castello. Essendo il detto Carlino di fuori, fece a' suoi fedeli dare l'entrata del castello, onde molti vi furono morti e presi, pure de' migliori usciti di Firenze" .
Carlino de' Pazzi, in cambio del suo tradimento, oltre al denaro ottenne dal governo fiorentino il ritiro del bando e di tutte le condanne a morte che aveva collezionato, ma Dante Alighieri, che a Piantravigne aveva perso qualche amico tra i fuoriusciti Bianchi, gli trovò in compenso un posto di riguardo nella parte più infima dell'Inferno (Inf., XXXII, 69).
E simile ad un cerchio dell'Inferno dantesco appare l'anfiteatro delle Balze sulla cui sommità poggia pericolosamente Piantravigne quando si scende verso la valletta del borro che un tempo si chiamava Rio Tortoli. Proprio in fondo alla discesa, c'era anticamente un mulino sul cui possesso disputarono a lungo i signori locali da una parte e il priore del monastero di Pian di Radice (le Ville) assieme ad un tale Pagano dall'altra; nel dicembre 1159, finalmente la disputa fu chiusa a Ganghereto alla presenza e con la garanzia dei "consoli" locali e di altri "buonuomini".